domenica 16 novembre 2014

Il circolo vizioso della svalutazione fiscale

Fabrizio Galimberti, su Plus (l’inserto finanziario de “Il Sole 24 Ore”), riprende uno studio del Fmi in base al quale si propugna la svalutazione fiscale in alternativa alla svalutazione dei redditi da lavoro.

Non si tratta affatto di avviare una concorrenza tra sistemi fiscali europei, anche perché porrebbe seri problemi sulla tenuta dei conti (tanto cara alla Commissione Europea) o sulla tenuta politica e sociale dei paesi che avviassero corrispondenti tagli alla spesa in misura tale da compromettere definitivamente i servizi pubblici, alimentando malcontento tra i ceti più poveri della popolazione, già martoriati dalla crisi.

L’idea contempla invece la possibilità di ridurre il costo (fiscale) del lavoro recuperando il gettito mediante l’aumento dell’iva.

Diminuendo i contributi sociali e finanziando la perdita di gettito con un aumento dell’iva (che non è pagata dall’export) si riduce il costo del lavoro.

E’ ciò che il governo italiano ha fatto in questi anni con la riduzione degli oneri sociali a favore delle imprese, ma aumentando contemporaneamente le accise e le aliquote iva.

Con il governo Renzi la musica non è cambiata: si vuole ridurre l’Irap sul costo del lavoro, ma si provvederà ad aumentare l’iva al 25% nei prossimi anni, quale “clausola di salvaguardia” per tenere i conti “in ordine”.

Peccato che le esportazioni contino per meno del 30% del pil, per cui il beneficio – al di là di ogni altra considerazione sull’efficacia o meno di simili misure sulle capacità competitive delle imprese – appare alquanto limitato e per converso l’aggravio fiscale sul mercato interno intacchi i redditi delle famiglie e quindi i consumi.

Il calo del potere d’acquisto, oltre a comprimere la domanda interna (che costituisce il principale mercato di sbocco delle imprese italiane), riduce anche il gettito fiscale complessivo e compromette quella compensazione tanto auspicata e voluta dai sostenitori delle politiche di austerità.

La “svalutazione fiscale” in Italia alla fine non ha avuto altro effetto che comprimere la domanda interna e generare buchi di bilancio, che hanno richiesto altre misure restrittive, che andavano ad ampliare la recessione.

Ciò nonostante non sembra che si voglia uscire da questo circolo vizioso o, più precisamente, da questo apparentemente geniale stratagemma che si è rivelato solo folle.

venerdì 14 novembre 2014

Debito pubblico in calo da due mesi (e cala la liquidità in mano al Tesoro)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A settembre il debito pubblico era di 2.134 miliardi (131,6% del pil), in calo rispetto al mese precedente di oltre 14 miliardi. Rispetto ad un anno fa è aumentato di poco più di 65 miliardi. 


Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a meno di 2.074 miliardi (56,3 in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per quasi 47 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui quasi 78 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di quasi 31 miliardi, ovvero l’1,9% del pil.

I restanti 9,5 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora pari a 76,5 miliardi, equivalenti al 4,7% del pil. In particolare, a  fine settembre la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 51,6 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 24,9 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire quasi 20 mesi di “fabbisogno interno”.



Quasi il 34% del debito ad agosto era in mani estere, il 54,6 nei portafogli del settore finanziario nazionale e l’11,5% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali ad ottobre è stato del 2,4%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 163 punti base.


Pil Italia -9,4% dal primo trimestre del 2008

Fonte: Istat, Eurostat

Il pil in Italia è sceso nel terzo trimestre dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,4 sullo stesso periodo del 2013. 

Se le attuali previsioni, antecedenti al calo appena annunciato, verranno confermate a -0,3% per l'intero 2014, nel trimestre in corso si dovrebbe registrare un lieve aumento dello 0,1 sul trimestre appena concluso e un calo dello 0,2% sull'ultimo quarto del 2013.



Nella zona euro il pil è aumentato dello 0,2% sul secondo trimestre e dello 0,8 sul terzo trimestre dell'anno scorso.

Anche in tal caso se le attuali previsioni per il 2014 dovessero essere confermate (+0,8) nel trimestre in corso si dovrebbe registrare un nuovo amento dello 0,2 sul trimestre appena concluso, ma solo dello 0,6 sulla fine del 2013.



Rispetto all'inizio della crisi, l'Italia ha perso il 9,4% del pil, contro il 2,2 della zona euro.

Impietoso il confronto con gli Stati Uniti, dove il pil è cresciuto dal primo trimestre del 2008 dell'8,5%.

mercoledì 12 novembre 2014

Livello della produzione industriale italiana sotto il minimo del 2009

Fonte: Eurostat, FED e OCSE

A settembre la produzione industriale nella zona euro è aumentata rispetto al mese precedente dello 0,6% in termini destagionalizzati, grazie soprattutto agli incrementi della Germania (+1,7) e della Spagna (+1). Sostanzialmente invariata è rimasta  in Francia ed è diminuita di quasi un punto percentuale (-0,9) in Italia, portandola sotto il minimo del marzo 2009.


L'aumento mensile consente alla produzione industriale tedesca di ritornare sugli stessi livelli del settembre dell'anno scorso. Nel confronto annuo resta invariata anche la produzione francese. Cresce invece in Spagna, dell'1,4%. Tra i maggiori paesi dell'area euro solo l'Italia accusa una flessione significativa, del 2,3%. 


Nell'arco dei dodici mesi la produzione industriale della zona euro resta di fatto immutata (+0,1). Scende in Giappone (-0,8) ed aumenta nel Regno Unito (+1,5) e negli Usa (+4,3).


Ad eccezione degli Stati Uniti (la cui produzione industriale è del 5,1% superiore ai livelli pre-crisi) e della Germania (che è ritornata sui livelli del 2007), tutti gli altri paesi soffrono di pesanti cadute produttive: il Regno Unito del 9,5%, la Francia e il Giappone poco meno del 15, l'Italia del 24,5 e la Spagna quasi del 28%. 

L'area dell'euro nel suo complesso accusa una caduta rispetto ai livelli pre-crisi del 10%.

lunedì 10 novembre 2014

Prestiti bancari -2,3%; Sofferenze +22,4 in un anno

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A settembre i prestiti al settore privato erano il 2,3% inferiori rispetto a dodici mesi prima. Il calo è stato particolarmente accentuato per il settore produttivo non finanziario (-3%); più contenuto tra le famiglie (-0,8). 


Secondo l’ultimo sondaggio di Banca d’Italia il calo dei prestiti è attribuibile – per il settore delle imprese – al lato della domanda, sebbene si sia in presenza di un restringimento dei criteri di concessione dei prestiti rispetto al trimestre precedente, soprattutto per le piccole medie imprese.

Ciò è confermato dallo spread tra i tassi sui prestiti alle imprese e i BTP a dieci anni, che aumenta tra il secondo e il terzo trimestre da 104 a 124 punti base.


Molto più contenuto lo spread calcolato sui mutui rispetto ad un BTP decennale (poco oltre i ¾ di punto, sebbene anch’esso sia cresciuto rispetto ai 52 punti base del trimestre precedente) e ciò può aver indotto, secondo il sistema bancario, un certo risveglio della domanda di finanziamenti da parte delle famiglie.


Ma al di là delle impressioni espresse dagli operatori bancari, l’irrigidimento dell’offerta di prestiti deriva dal forte aumento delle sofferenze sui crediti, ormai superiori ai 176 miliardi, ovvero di poco inferiori all’11% del pil e in aumento su dodici mesi prima del 22,4%.

A loro volta, le sofferenze sono strettamente connesse alle difficoltà che attraversa il sistema economico. Il tasso di disoccupazione, oggi pari al 12,6%, è un buon anticipatore del livello che sarà raggiunto dai crediti problematici tra circa 12 mesi, esprimendo sia le difficoltà delle famiglie che delle imprese (nel senso che per quest’ultime il tasso di disoccupazione può essere letto come l’incapacità di crescere e svilupparsi).


Le situazione più critica si riscontra tra le ditte familiari, ove  il 15,6% dei prestiti è di dubbia esigibilità. Non molto distante è il rapporto tra le SNF (15,4%). Quanto alle famiglie, il valore dei crediti deteriorati è al 6,7%.


Rispetto ai settori produttivi,  più del 23% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni  è problematico. Peraltro, questo settore è esposto per il 210% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell’'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (97,7%) e i crediti dubbi sono superiori al 14%.

I crediti dubbi dei servizi non finanziari del settore privato sono il 13,7% e sono esposti per il 60%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il valore della produzione di un anno e quattro mesi e i crediti in sofferenza sono quasi il 12%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture  equivalgono al 19% del patrimonio netto del sistema bancario.


Con i prestiti che languono anche i depositi finiscono per risentirne. Negli ultimi dodici mesi sono risultati di fatto invariati, quale effetto contrapposto tra i ritiri degli operatori dell’area euro per 24,6 miliardi e l’ampliamento dei depositi da parte dei residenti per 24,7 miliardi.

La crescita dei depositi dei residenti si deve sicuramente attribuire ai rimborsi delle obbligazioni bancarie, pari a 50,8 miliardi. La raccolta complessiva segna pertanto un calo del 2,3%.

sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

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(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

martedì 4 novembre 2014

Bella questa Unione Europea con oltre 120 milioni di persone a rischio povertà

Fonte: Eurostat



Un vero successo. 

In Italia le persone a rischio povertà o esclusione sociale sono oltre 17 milioni, il 28,4% della popolazione. Dall'inizio della crisi, nel 2008, sono aumentate di oltre due milioni.


lunedì 3 novembre 2014

Commento alle previsioni Istat

L’Istat questa mattina ha rilasciato le nuove previsioni per il periodo 2014-2016. Secondo queste, il pil dopo il calo dello 0,3% di quest’anno crescerà dello 0,5 nel 2015 e dell’1% l’anno dopo.

Poiché sono già poco attendibili quelle del 2015, è inutile addentrarsi ad esaminare le previsioni per il 2016. Quelle del prossimo anno, pur essendo in linea con le previsioni prevalenti, risultano poco credibili se si esamina in dettaglio la domanda effettiva che dovrebbe giustificare quella crescita.

La tabella che segue riprende le previsioni dell’Istat ed evidenzia gli andamenti semestrali impliciti per il 2014.


La cosa che salta all’occhio è l’andamento degli investimenti. Nel 2014 la domanda effettiva al netto della spesa delle imprese dovrebbe crescere dello 0,3%. Una miseria. E ciò ha indotto le aziende a ridurre gli investimenti del 2,3%. Nel 2015, pur avendo di fatto la stessa crescita anemica (+0,4), non si capisce perché le imprese dovrebbero espandere gli investimenti dell’1,3%. Tanto più che – ad esempio – la capacità produttiva utilizzata dalle imprese manifatturiere è  poco sopra il 72% e dista sei punti percentuali dal culmine del 2007. Ferme restando tutte le altre ipotesi, se solo si lasciasse invariato nel 2015 il livello degli investimenti preventivato per quest’anno la crescita del pil sarebbe dello 0,3 anziché dello 0,5%.



Addendum del 6 novembre
L'Ocse prevede per l'Italia una crescita del pil nel 2015 dello 0,2%.

sabato 1 novembre 2014

Pil, le previsioni di ottobre


Continuano a peggiorare le previsioni del pil per la zona euro (da +0,9 a 0,8) e per l'Italia (da -0,2 a -0,3).

Il buon andamento del terzo trimestre del pil americano (+3,5% in termini annualizzati sul trimestre precedente e +2,3 nel confronto annuo) comporterà, se le attuali previsioni si confermeranno (riviste al rialzo da +2 a +2,2%), un leggero rallentamento della crescita nell'ultimo trimestre del 2014 (+1,8% rispetto al quarto trimestre del 2013). 


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