mercoledì 17 giugno 2015

Produttività per dipendente in aumento, ma non aumenta la produzione annua a fine marzo

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Alla fine del primo trimestre 2015 il fatturato annuo delle imprese industriali era dello 0,5% inferiore rispetto allo stesso periodo del 2014. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-1,8), le vendite reali segnano un incremento dell’1,3%, grazie soprattutto alla crescita del 2,3 proveniente dalla domanda estera (contro un +3,1 delle esportazioni complessive a livello nazionale). Le vendite sul mercato interno  aumentano per meno di mezzo punto percentuale.


Tuttavia, nonostante l’aumento delle quantità vendute (+1,3), le imprese hanno preferito smaltire le scorte accumulate (-2,1% rispetto a dodici mesi prima, quasi il 4% in meno rispetto al 2010). 


Pertanto la produzione industriale negli ultimi dodici mesi  non ne ha tratto giovamento ed è stata anzi ridotta dello 0,6% rispetto allo stesso periodo del 2014.

Ciò nonostante le ore complessivamente lavorate sono aumentate dello 0,5% in quanto mediamente è stato chiesto un prolungamento dell'orario individuale di lavoro dell'1,4%, soprattutto attraverso  gli straordinari  (+4,2), nonostante la base occupazionale venisse ridotta dello 0,9%.

La produttività per dipendente può così aumentare dello 0,3 nonostante l’output scenda!


Il costo orario del lavoro aumenta  in media annua dello 0,5%. Tenendo conto della crescita delle ore lavorate, il costo complessivo sale dell’1,1%, ma innanzi al calo della produzione dello 0,6 il clup non può che incrementare dell’1,7%.


Le retribuzioni orarie  sono aumentate dello 0,6%, ma l’aumento delle ore effettivamente lavorate per dipendente consente una crescita dei guadagni medi individuali del 2%. Poiché i prezzi al consumo (Ipca) sono aumentati dello 0,1  i lavoratori delle imprese industriali (quelli che sono rimasti, -5,6% dal 2010)  possono contare su un aumento del potere d’acquisto dell’1,9%. 


lunedì 15 giugno 2015

Banca d'Italia acquista nei primi due mesi di QE 12,7 mld. di titoli pubblici, ma i tassi a maggio salgono all'1,8%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Ad aprile il debito pubblico era di 2.194,5 miliardi (il 135,7% del pil), in aumento rispetto a dodici mesi prima di 48,5 miliardi.

Al netto degli oltre 58 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a poco più di  2.136 miliardi (50,2 in più rispetto ad un anno fa).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 47,7 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno”, di cui circa 75 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 27,5 miliardi, ovvero l’1.7% del pil.

I restanti 2,5 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora equivalenti a 106,7 miliardi, pari al 6,6% del pil. In particolare, a  fine aprile la liquidità del Tesoro presso i conti della Banca d’Italia era di 83,1 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 23,6 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire due anni e tre mesi di “fabbisogno interno”.


A fine marzo, più della metà del debito pubblico era detenuto dal settore finanziario nazionale; oltre il 35% da creditori esteri e meno del 9% da altri residenti (imprese e famiglie). La Banca d’Italia, che da marzo è chiamata ad acquistare titoli pubblici attuando le direttive della BCE in tema di politica monetaria, aveva alla stessa data 112,2 miliardi di debito pubblico, pari al 5,1% di quello complessivo. Nei primi due mesi di Quantitative Easing i titoli pubblici iscritti a bilancio sono cresciuti di 12,7 miliardi, contro i 13,6 miliardi previsti dal QE a carico della Banca d’Italia.

Ciò nonostante il rendimento medio dei titoli decennali a maggio è risalito sopra  l’1,8%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 125 punti base.


venerdì 12 giugno 2015

Nel settore industriale non c'è ripresa per l'Italia

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat, FED e Ocse

Nel mese di aprile, la produzione industriale destagionalizzata è diminuita in tutti i maggiori paesi europei, ad eccezione del Regno Unito (+0,4 su un mese prima) e della Germania (+0,8). Il calo ha coinvolto anche gli USA (-0,3). In Giappone, ove i dati sono fermi a marzo, la produzione è scesa dello 0,9.


In un ottica annuale, l'attività produttiva degli Stati Uniti rimane ampiamente positiva (+1,9). Rimbalza in Spagna (+1,5) ed è significativa in Germania (+1,3) e nel Regno Unito (+1,2).  E' rimasta sostanzialmente ferma in Francia (+0,1), mentre arretra in Italia (-0,3%). A marzo, in Giappone era caduta del 3,4%.


Dall'inizio dell'anno ad aprile la produzione è comunque positiva rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso per tutti i paesi considerati, con una sola eccezione:

Usa +3
Spagna +1,7
UK +1,1
Giappone +1,1 (a marzo)
Germania +0,7
Italia -0,5

Ampliando l'orizzonte temporale, buona parte dei paesi soffrono ancora gli effetti della recessione ad eccezione degli Stati Uniti (la cui produzione industriale è il 5,2% più elevata rispetto ai livelli pre-crisi) e della Germania (+2 sui livelli del 2007). Sono sotto il Regno Unito, che ha perso più del 9% dell'output, la Francia  (-14) e l'Italia  (-23%).  La Spagna, nonostante il rimbalzo dell'ultimo anno, ha visto svanire  il 26,7% della produzione conseguita nel 2007. 

Le insolvenze delle società superano quelle delle piccole imprese

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Le sofferenze sui prestiti bancari sono aumentate negli ultimi dodici mesi terminanti ad aprile del 15,1% e superano i 191 miliardi, pari all’11,8% del pil.


Le difficoltà finanziarie riguardano in egual misura tanto le imprese strutturate (Società non finanziarie) quanto le piccole imprese con tassi di insolvenza che sfiorano il 17% dei prestiti in essere.  Per le famiglie, il valore dei crediti deteriorati è superiore al 7%.


Rispetto ai settori produttivi,  le sofferenze rappresentano il 26% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni. Peraltro, questo settore è esposto per il 219% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (95%) e i crediti dubbi sono il 14,9%.

Di poco inferiore è il tasso di insolvenza sui prestiti elargiti al settore dei servizi non finanziari del settore privato, con una esposizione del sistema bancario pari al 60%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il 139% del valore della produzione annua e i crediti in difficoltà sono il 13%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture già effettuate equivale a poco più del 18% del patrimonio netto del sistema bancario, contro il 19,3 del 2014.


domenica 7 giugno 2015

Risparmi e Impieghi finanziari delle famiglie - 2014

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia

Secondo l’Istat, il reddito delle famiglie nel 2014 è stato superiore a 1.101 miliardi di euro, lo 0,1% in più rispetto al 2013. I prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,2%, sicché il reddito reale viene leggermente limato dello 0,1%. La sostanziale invarianza del potere d’acquisto delle famiglie le ha indotte  ad intraprendere delle spese che negli anni precedenti erano state rinviate o tagliate, permettendo ai consumi di crescere dello 0,3% in termini reali.

E’ pertanto diminuita la propensione al risparmio, dall’11,1 al 10,8% del reddito nominale, ed equivalente ad un accantonamento di 118 miliardi. Di questi, 5,6 sono stati impiegati per i rimborsi netti dei debiti pre-esistenti. Il totale delle passività finanziarie è pertanto sceso da 698,4  a 692,8 miliardi, pari al 62,9% del reddito delle famiglie.

La fetta più consistente del risparmio è stata utilizzata per gli investimenti, prevalentemente immobiliari. Secondo l’Istat tale voce avrebbe drenato 91,6 miliardi. Tuttavia, rispetto al 2013, detti investimenti sarebbero scesi del 3,4%.

Dedotte le due voci precedenti, il risparmio destinato alle attività finanziarie si commisura in 21,2 miliardi, pari ad oltre un quinto dalla crescita del patrimonio mobiliare stimato dalla Banca d’Italia per il 2014. Al netto di questa immissione di capitale fresco, la ricchezza finanziaria delle famiglie cresce del 2%.

Le famiglie possono contare su oltre 3.792 miliardi di euro. Circa un terzo è detenuto in banconote e depositi (quasi 1.240 miliardi). Questi sono aumentati nel corso dell’anno passato di 36 miliardi, di cui solo 200 milioni per interessi. L’incremento della liquidità si deve pertanto, oltre che all’afflusso del nuovo risparmio finanziario (21,2 mld.), a disinvestimenti netti da altre forme di impieghi per 14,6 miliardi.



I titoli obbligazionari in mano alle famiglie sono pari a 526 miliardi. Poco meno della metà (237,5 mld.) sono stati emessi dalle banche, sebbene il loro controvalore sia diminuito di quasi 90 miliardi. I titoli pubblici contano per 173,6 miliardi, meno del 5% del patrimonio finanziario lordo. Anch’essi sono diminuiti di 12,7 miliardi rispetto ad un anno prima. In calo anche i titoli esteri, che valgono meno di 109 miliardi, mentre è marginale il possesso di titoli emessi dalle imprese (6,3 mld.).

Le famiglie vantano prestiti, inclusi quelli alle cooperative, per oltre 15 miliardi.

Le azioni nel portafoglio delle famiglie valgono 64,7 miliardi (4,2 mld. in più rispetto a fine 2013). Ma gli investimenti effettivi nel corso del 2014 sarebbero stati secondo la Banca d’Italia di 4,4 miliardi. Ne consegue che, nonostante  i corsi di borsa siano rimasti sostanzialmente invariati (+0,2% il Ftse-Mib nel 2014), gli investimenti azionari delle famiglie non siano stati particolarmente fortunati in termini di rivalutazione monetaria (-0,3%).

Le quote e le partecipazioni possedute in altre attività imprenditoriali varrebbero poco più di 754 miliardi (+3,1%).

Il possesso di azioni estere rimane modesto (45,4 mld.), sebbene il controvalore sia aumentato del 9,7%.

Cospicua è la crescita dei fondi comuni di investimento (+23%), che valgono oltre 380 miliardi. Al netto dei 56,5 miliardi di afflussi netti, l’incremento patrimoniale si commisura intorno al 4,7%.

La posizione netta sulle assicurazioni vita e sui fondi pensione vale oltre 767 miliardi (oltre il 20% delle attività finanziarie), con una crescita di poco inferiore al 10% sul 2013.


Al netto dei 693 miliardi di passività, la ricchezza finanziaria delle famiglie sfiora i 3.100 miliardi, il 3,4% in più del 2013.


giovedì 4 giugno 2015

Occupazione in aumento ad aprile, ma nella giusta prospettiva non è così eclatante

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2), Eurostat ed Inps

Nel primo trimestre del 2015 gli occupati sono  diminuiti sullo stesso periodo del 2014 di 13mila unità. Il calo riguarda soprattutto i lavoratori dipendenti (-17 mila), poiché i lavoratori autonomi che hanno aperto un'attività supera di 4 mila coloro che l'hanno chiusa. 

E' il settore dei servizi a fornire il maggior incremento occupazionale, grazie all'assunzione di 131 mila dipendenti, a cui si aggiungono 16 mila nuovi lavoratori autonomi.

Anche l'agricoltura è tra i settori ad alto assorbimento di lavoro. Ma in questo caso prevalgono i nuovi imprenditori agricoli (+28 mila) sui nuovi dipendenti (+17 mila).

In calo è invece il settore industriale, che perde 14mila dipendenti, mentre 28 mila piccoli imprenditori chiudono l'attività.

Infine il settore delle costruzioni, che perde 42mila addetti, in maggioranza dipendenti (-26 mila). Ma vi è anche la chiusura dell'attività da parte di 16 mila imprenditori edili.

Il calo di 17 mila dipendenti rispetto ad un anno fa riguarda praticamente quelli con un contratto a tempo indeterminato (-64 mila), mentre i precari aumentano di 47 mila unità. 


I lavoratori precari (ovvero a tempo determinato) rappresentano il 13% dei dipendenti (13,6 nel primo trimestre 2014). Se si tiene conto anche di chi lavora part time tra chi ha un contratto a tempo indeterminato la percentuale di coloro che non ha un'occupazione stabile o a tempo pieno sale al 28,5% dei dipendenti.

I dipendenti in  cassa integrazione sono fortemente diminuiti rispetto ad un anno fa, a 341mila (-42,2%), pari al 2,4% dei dipendenti a tempo indeterminato.

I disoccupati nel primo trimestre del 2015 erano 3 milioni e 300 mila, in calo del 5,3% rispetto ad un anno prima. Il tasso di disoccupazione è stato del 13%. Tuttavia se si tiene conto di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione, ma sono disponibili a lavorare (ovvero altri 3,8 milioni di sfiduciati), nonché i cassintegrati, la disoccupazione effettiva raggiunge il 25,5% e coinvolge 7,5 milioni di persone.


Al netto degli effetti stagionali, la disoccupazione ufficiale ad aprile  era al 12,4%, con quella giovanile (che coinvolge 655 mila ragazzi) poco sotto il 41%.

Nella zona euro, il tasso di disoccupazione ufficiale della Spagna è al 22,7%; in Francia è al 10,5 e in Germania al 4,7%. In Grecia, con i dati fermi a febbraio, le persone in cerca di un lavoro sono il 25,4%. 


Nel complesso della zona euro, la disoccupazione è oltre l'11% e riguarda oltre 17,8 milioni di persone, di  cui 3,2 giovani con meno di 25 anni. Negli Stati Uniti ad aprile era al 5,4%.

domenica 31 maggio 2015

Primo mese di QE e tutto procede come prima

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

Forse è troppo presto per giudicare l'efficacia del QE, ma il primo mese di acquisti di titoli pubblici ad opera delle varie banche centrali della zona euro è passato come se nulla fosse successo: ad aprile i prestiti al settore privato non finanziario sono scesi  rispetto al mese precedente dello 0,1% (in Italia -0,2). Vale peraltro la pena di ricordare che i debiti delle famiglie e delle società non finanziarie (SNF) sono oltre il 94% dell'intero pil dell'eurozona.


Rispetto ad un anno prima i prestiti al settore privato non finanziario sono diminuiti dello 0,3%, con i prestiti alle SNF in calo dello 0,6. Invariati risultano invece i prestiti a favore delle famiglie. 


Rispetto ai principali paesi, i prestiti al settore privato non finanziario risultano in crescita nei dodici mesi in Germania (+0,8) e in Francia (+1). In calo in Spagna (-6,1) e in Italia (-1,5).


Rispetto ai benificiari, solo le SNF francesi possono contare su un aumento del 4,5% dei prestiti rispetto ad un anno fa. Calano invece in Germania (-0,9), ma soprattutto in Italia (-2,7) e in Spagna (-8,3).

Le famiglie ottengono finanziamenti aggiuntivi soprattutto in Germania (+1,8). Calano in Francia (-1,7) e  in Spagna (-4,5), mentre restano di fatto invariati in Italia (+0,1).

Nonostante il calo dei prestiti i depositi del settore privato della zona euro sono cresciuti del 2,7% trainati dai depositi a vista, che aumentano di oltre l'11%. 


In Germania i depositi crescono del 2,8%, con i conti correnti in crescita del 9,4.

In Italia, la liquidità del settore privato presso il sistema bancario aumenta negli ultimi dodici mesi del 4,7%, con i depositi a vista in espansione del 9,3. La crescita dei depositi è più marcata tra le SNF (+3,5), ma è positiva anche tra le famiglie (+2,5).


In termini assoluti, la crescita dei depositi nell'ultimo anno in Italia è stata di quasi 125 miliardi, di cui 65,7  imputabili ai rimborsi netti dei bond bancari. Il beneficio per le famiglie è stato di 23,7 miliardi, oltre 7 sono quelli affluiti nei conti delle imprese e quasi 87 presso gli altri soggetti residenti.

Aumentano in termini annui anche i depositi degli investitori esteri dell'area euro, di 7,3 miliardi, per meno della metà ad opera di istituti finanziari. 


Nel complesso dell'area euro la M1, che comprende oltre ai depositi a vista il circolante, aumenta ad aprile del 10,5%. Ciò nonostante i prezzi al consumo restano di fatto invariati.

I rendimenti medi sui titoli decennali dell'area euro scendono allo 0,85%  dal 2,6 di un anno prima.

All'interno dell'eurozona restano tuttavia ampi differenziali, con punte che arrivano al 12% in Grecia, innanzi a tassi tedeschi dello 0,12. Quelli italiani ad aprile erano all'1,36%.