mercoledì 17 dicembre 2014

Le imprese estere presenti in Italia nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

L'Istat calcola che  nel 2012 le imprese  a controllo estero presenti sul territorio nazionale fossero 13.328.  Meno di 9.600 operavano nei servizi e oltre 3.700 nell’industria. Rispetto al 2011 sono diminuite del 1,5%, ma il calo si concentra nel settore dei servizi (-2,6), mentre sono aumentate dell'1,7 nell’industria.

L’occupazione in tal modo offerta coinvolgeva poco meno di un milione e duecentomila persone, in calo rispetto al 2011 dello 0,6%. Anche in tal caso la flessione avviene nel settore dei servizi, ove l’occupazione scende dell’1,3%, mentre aumenta dello 0,5 nell’industria.


Il calo delle imprese estere in Italia parte dal 2007. Rispetto ad allora il 7,5% delle imprese a controllo estero ha lasciato il nostro paese, con conseguente calo del 6% dell’occupazione.


Le multinazionali pur essendo solo lo 0,3% delle imprese residenti in Italia, assicurano il 7,1% dell’occupazione e generano il 16,6% del fatturato complessivamente prodotto dalle imprese presenti sul territorio nazionale. 

La quota del valore aggiunto tra il 2007 e il 2011 passa dal 12 al 13,5% (era meno dell’11 nel 2005).

Le spese in Ricerca & Sviluppo sono il 23,6% di quelle realizzate in Italia dal totale delle imprese.


Sono imprese che mediamente occupano 77 persone se operano nei servizi contro i 3 della media nazionale (e i 43 se ci si limita alle aziende di servizi con più di nove addetti). L’occupazione media delle imprese estere operanti nell’industria è di 120 contro i 6 della media nazionale e i 37 delle imprese con più di nove addetti.

I primi dieci paesi presenti in Italia con proprie aziende rappresentano oltre l’80% delle imprese estere e l’85% dell’occupazione offerta dalle multinazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante. Le imprese americane generano sul nostro territorio oltre 1/5 del fatturato delle imprese estere. Seguono la Francia (18,6%) e la Germania (13,1).

I paesi che nel 2012 hanno ridotto maggiormente la loro presenza in Italia sono l’Austria (-6,7% delle imprese con un calo occupazionale del 22,4%), la Germania (-3,7 le imprese e -1,5 i dipendenti) e la Svizzera (-3,1 e -2,1 rispettivamente).

Rafforza invece la propria presenza la Spagna (+9,5%  di imprese in più), senza che tuttavia si abbia un beneficio per l’occupazione, che crolla del 9,5% rispetto ad un anno prima.  Le imprese giapponesi  aumentano del 7,9% e l’occupazione fa un balzo di oltre il 20%. Quelle francesi crescono del 3,5% e l’occupazione del 3,3.

Si tenga tuttavia conto che le acquisizioni da parte di operatori esteri di imprese italiane comporta statisticamente l’attribuzione al nuovo paese dell’occupazione connessa alle imprese acquisite e che non necessariamente gli aumenti segnalati corrispondono ad effettivi incrementi occupazionali.


martedì 16 dicembre 2014

Ripartizione delle attività finanziarie delle famiglie presso il sistema bancario

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Avvertenza: il seguente grafico cumula i depositi con i c/Titoli entrambi fino a 50 mila euro e così via per le altre classi di intervallo. 

In altri termini, tra depositi e c/Titoli la soglia effettiva giunge a 100 mila euro e analogamente raddoppia per le altre soglie.

E' ovvio che questa classificazione è meramente rappresentativa, poiché ad esempio si può dare il caso che un cliente abbia un deposito fino a 50 mila euro e un c/Titoli superiore a 250 mila. 

E' inoltre evidente che se lo stesso cliente intrattiene più rapporti bancari i suoi valori vengono necessariamente considerati singolarmente dalle statistiche della Banca d'Italia.


Tali valori sono stati ottenuti partendo dai seguenti grafici:


lunedì 15 dicembre 2014

Costo del lavoro all'estero delle multinazionali italiane nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2012, solo lo 0,5% delle imprese italiane aveva una sede all’estero ed offriva un’occupazione equivalente al 10,5% di quella presente sul territorio nazionale, L'incidenza del fatturato estero su quello realizzato in Italia è del 18%.

Tra le aziende manifatturiere, quelle con stabilimenti all’estero erano l’1,5% di quelle censite  in Italia e garantivano l’occupazione ad un numero di persone equivalente al 21,7% degli addetti nazionali. Il fatturato delle filiali estere era il 23,5% di quello realizzato sul territorio nazionale.

Il numero delle imprese che hanno attività e stabilimenti all’estero è di fatto rimasto invariato rispetto al 2011, quale risultato di un calo delle imprese dei servizi non finanziari (-0,7%) e delle imprese manifatturiere (-0,2) ampiamente compensati da un aumento delle  imprese delle costruzioni (+10,4%) e dall’espansione delle società finanziarie (+9,5%).

Nonostante il calo delle aziende manifatturiere all’estero, i dipendenti sono cresciuti del 3,2%, innalzando la dimensione media da  125 a 130 dipendenti.

Anche il settore dei servizi non finanziari accresce l’occupazione all’estero (+7%). La dimensione media passa da 42 a 45 addetti.

Con l’aumento delle imprese di costruzioni operanti all’estero cresce anche l’occupazione, del 10,9%. La dimensione media rimane invariata a  79 dipendenti.

Il settore finanziario, nonostante la forte espansione delle filiali all’estero, ha ridotto l’occupazione del 5,2%, riducendo la dimensione media delle rappresentanze estere da  157 a 136  addetti.

Nel complesso, l’occupazione estera è aumentata del 3,3%, elevando la dimensione media delle filiali da 78 a 80 addetti.


Il costo del lavoro delle imprese manifatturiere italiane all’estero

Quindici paesi accolgono il 72,8% delle filiali estere delle imprese manifatturiere italiane  (un punto in meno rispetto al 2011), dando lavoro ad oltre il 79% degli occupati stranieri impegnati in questo settore. Il costo annuo per addetto di questi 15 paesi è  stato mediamente di 28 mila euro (+6,4%). In Italia, nel 2012, il costo del lavoro per dipendente era di 39.570 euro (il 40% in più della media dei principali 15 paesi esteri).   

Tra i quindici paesi in cui si sono insediate le aziende manifatturiere vi è la Cina, che accoglie l’8% delle aziende italiane all’estero e il 9% dei dipendenti, grazie ad un costo del lavoro per addetto annuo inferiore ai 6 mila e cinquecento euro.

Segue l’India (il 2,6% delle filiali estere con il 2,7% dell’occupazione), ove il costo del lavoro è di poco superiore a quello cinese.

La Romania accoglie il 16,6% degli stabilimenti manifatturieri italiani all’estero, ma solo il 9,4% dell’occupazione, con una dimensione media di 74 addetti per azienda. Il costo del lavoro per dipendente è di 7 mila euro l'anno.

Dieci dei 15 paesi più importanti hanno un costo del lavoro inferiore a quello italiano ed ospitano quasi il 44% delle aziende manifatturiere che hanno un’attività all’estero,  dando lavoro a poco meno della metà  di coloro che sono stati assunti dalle imprese italiane.

Il costo del lavoro italiano è più basso se confrontato con quello della Francia (56.800 euro), con gli Stati Uniti (50.850 euro), con il Regno Unito (50.700) e con la Germania (49.500).  Infine anche il costo del lavoro  spagnolo (42.450) è di oltre il 7% superiore a quello pagato in media in Italia dalle aziende manifatturiere.


La liquidità delle Amministrazioni Pubbliche equivale a due anni di fabbisogno

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Ad ottobre il debito pubblico era di 2.157 miliardi (133,2% del pil), in aumento rispetto al mese precedente di oltre 23 miliardi. Rispetto ad un anno fa è aumentato di poco più di 71 miliardi. 

Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a  2.097 miliardi (66 in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 46 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui quasi 78 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di quasi 32 miliardi, ovvero il 2% del pil.

I restanti 20 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora pari a 93,5 miliardi, equivalenti al 5,8% del pil. In particolare, a  fine settembre la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 69,4 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 24,1 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire due anni di “fabbisogno interno”.


Quasi il 34% del debito a settembre era in mani estere, il 54,8 nei portafogli del settore finanziario nazionale e l’11,3% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali a novembre è stato del 2,3%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 157 punti base.


venerdì 12 dicembre 2014

Produzione Industriale in Italia, secondo mese consecutivo sotto il minimo del 2009

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat, FED

Ad ottobre la produzione industriale nella zona euro è aumentata rispetto al mese precedente dello 0,1% in termini destagionalizzati, grazie soprattutto ai paesi minori  dell'area della valuta comune, poiché tutti i maggiori paesi sono scesi (-0,9 Francia, -0,4 Spagna, -0,1 Italia) o sono rimasti invariati (Germania) 

Si noti che per l'Italia è il secondo mese consecutivo in cui la produzione industriale è scesa sotto il minimo del marzo 2009.



Rispetto a dodici mesi fa la produzione tra i maggiori paesi dell'area euro è aumentata in Spagna (+1,5%) e in Germania (+0,9). Cala in Francia dell'1% e del 2,8 in Italia. 


Per la zona euro nel suo insieme la produzione industriale aumenta dello 0,7% rispetto ad un anno fa. Fanno meglio il Regno Unito (+1,1) e gli Stati Uniti (+4).


Ad eccezione degli Stati Uniti (la cui produzione industriale è poco meno del 5% superiore ai livelli pre-crisi) e della Germania (sugli stessi livelli del 2007), tutti gli altri paesi soffrono di pesanti cadute produttive: il Regno Unito di oltre il 10%, la Francia quasi del 15, l'Italia del 25 e la Spagna, nonostante il rimbalzo dell'ultimo anno, per oltre il 28%. 

L'area dell'euro nel suo complesso accusa una caduta rispetto ai livelli pre-crisi prossima al 10%.

mercoledì 10 dicembre 2014

Ogni tanto anche i tedeschi fanno qualcosa di buono


Sofferenze sui prestiti bancari al 10,9% del pil

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Ad ottobre i prestiti al settore privato erano il 2,3% inferiori rispetto a dodici mesi prima. Il calo è stato particolarmente accentuato per il settore produttivo non finanziario (-2,9%); più contenuto tra le famiglie (-0,7).


La restrizione al credito deriva dal forte aumento delle sofferenze sui prestiti, ormai ad un passo dai 180 miliardi, ovvero quasi l’11% del pil, e in aumento rispetto ad un anno prima del 21,7%.


La situazione più critica si riscontra tra le ditte familiari, ove  il 15,8% dei prestiti è di dubbia esigibilità. Ma impressiona il passo con cui sono aumentate le difficoltà tra le imprese non finanziarie (Snf), ormai allo stesso livello delle ditte individuali. Quanto alle famiglie, il valore dei crediti deteriorati è al 6,8%.


Rispetto ai settori produttivi,  il 23,7% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni  è problematico. Peraltro, questo settore è esposto per il 210% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (96,8%) e i crediti dubbi sono il 14,5%.

Nei servizi non finanziari del settore privato i crediti in sofferenza sono il 14% e l'esposizione equivale al 60%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il 135% del valore della produzione annua e i crediti in in difficoltà superano il 12%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture già effettuate equivale al 19,6% del patrimonio netto del sistema bancario.


I depositi negli ultimi dodici mesi sono aumentati di quasi 26 miliardi, grazie al rimborso netto di oltre 61 miliardi di obbligazioni bancarie, metà delle quali sono affluite al settore business. Altri 16 sono confluiti nei conti delle famiglie e il resto ad operatori esteri, che hanno tuttavia provveduto a ritirare quasi 21 miliardi dai loro depositi.

La raccolta bancaria scende pertanto di oltre 35 miliardi, ovvero dell’1,6% rispetto a dodici mesi prima.


martedì 2 dicembre 2014

Profitti in calo per le imprese dei servizi nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


I bilanci

Nel 2012, il settore dei servizi rivolti al mercato vedeva in attività oltre 3,3 milioni di imprese, in aumento dello 0,4% su un anno prima. Il fatturato è stato di 1.614  miliardi, in linea con quello dell’anno precedente (+0,1%).

Gli acquisti sono aumentati più di quanto è stato fatturato per i servizi espletati, assorbendo il 75,8% dei ricavi (74,4% nel 2011).

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, diminuisce del 5,3% rispetto all'anno precedente, ed equivale al 24,2% del fatturato.

Il costo del lavoro aumenta dello 0,4%, quale effetto combinato di un allargamento della base occupazionale del 2,2% e un calo del costo per dipendente dell’1,9. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato rimane invariata rispetto all’anno prima al 12,8%.

Il margine operativo lordo (MOL) si riduce a causa del maggior peso degli acquisti dei beni intermedi necessari per espletare i servizi, dal 12,9 all’11,4%, con un calo in termini assoluti che sfiora l’11%.


Ridimensionare gli altri oneri della gestione (-4,7%) non è stato sufficiente a compensare il calo dei margini. I profitti si contraggono infatti di oltre il 16%. In rapporto al fatturato passano da meno del 7% al 5,8%.



Struttura e indicatori di competitività

Le imprese dei servizi occupano 10,4 milioni di persone (+0,5% sul 2011), con una media di 3,1 addetti per azienda.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 1,8 occupati per azienda) sono il 96,7% del settore, garantiscono il 54% dei posti di lavoro, ma detengono solamente il 36% del fatturato complessivo.

Le imprese con oltre 9 addetti (in media  43 lavoratori per azienda) costituiscono il restante 3,3% delle imprese, ma garantiscono il 46% dell’occupazione e realizzano il 64% del fatturato del settore.

Il fatturato medio per azienda è di 483 mila di euro (-0,3% sul 2011). Sale a 9,3 milioni per le aziende maggiori (ove operano le grandi strutture finanziarie, commerciali e le utilities) e scende a poco più di 180 mila per le piccole aziende o le ditte individuali.

Tuttavia la quota del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole imprese, pari al 26,5%, e scende al 23 tra le grandi.
Il costo del lavoro nelle piccole aziende di servizi si ferma  all’8% dei ricavi e sale al 15,5 tra quelle più grandi, ove il costo per dipendente è mediamente di 34.700 euro annui (nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 22.900). Per il settore nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco superiore ai 31 mila euro.


L’eterogeneità dei servizi (dal commercio al minuto alle catene distributive, dagli avvocati e i notai a tutti coloro che esercitano un’attività individuale,  dal sistema bancario e finanziario alle grandi aziende di telecomunicazione o della sanità privata, ecc.) rende difficile esprimere valutazioni significativamente coerenti.

lunedì 1 dicembre 2014

Bilanci 2012 imprese costruzioni: solo quelle medie reggono alla crisi (ma non i loro dipendenti)

Fonte: Istat

I bilanci

Nel 2012 sono sparite più di 18.100 imprese del settore delle costruzioni, cancellando circa 105 mila posti di lavoro. Le imprese sopravvissute sono poco più di 572 mila (-3,1% sul 2011) ed occupano poco più di 1 milione e mezzo di persone (-6,4%). Mediamente sono attività portate avanti da meno di 3 persone (titolare più due collaboratori).

Le vendite sono scese del 3,2%. Pur essendo il 30% più numerose delle imprese industriali  fatturano solo il 16% delle stesse, vale a dire meno  di 195 miliardi di euro. 

Nonostante il calo dell’attività, le imprese delle costruzioni non hanno contenuto in maniera corrispondente le spese per i materiali necessari alla loro attività (solo -0,9%), L'incidenza degli acquisti sul fatturato passa così dal 71 al 72,6%.

Il valore aggiunto si contrae drasticamente (-8,6%), commisurandosi al 27,4% delle vendite, contro il 29% del 2011 e il 32,6 del 2009.

Il costo del lavoro è sceso dell’1,2%, quale effetto combinato di un sfoltimento dei dipendenti di poco inferiore al 6% e un aumento del costo per dipendente del 4,8%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato sale dal 16,3  al 16,6%.

Per effetto di tutti questi fattori, ovvero il calo delle vendite non compensato dalla razionalizzazione degli acquisti  e l’aumento del costo del lavoro (nonostante il taglio occupazionale), il margine operativo lordo (MOL) crolla del 18%. In rapporto al fatturato scende dal 12,8 al 10,8%.

Modesto è stato anche il taglio degli altri oneri relativi alla gestione (-2,2%) e il risultato è un dimezzamento dei profitti lordi (-57,6%). Il ritorno sulle vendite si ferma all’1,6% contro il 3,6 dell’anno precedente.



Struttura e indicatori di competitività

Mediamente le 572 mila imprese di questo settore fatturano poco più di 340 mila euro, che scendono sotto i 177 mila per quelle con meno di 9 addetti e salgono oltre i 2 milioni per quelle con 10-50 addetti. Le grandi imprese di costruzioni (oltre i 50 addetti), in prevalenza orientate verso le grandi opere infrastrutturali,  sfiorano i 33 milioni.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 2 occupati)  sono quasi il 96% ed occupano i 2/3 delle persone che lavorano in questo settore,  ma in termini di fatturato costituiscono solamente il 50% del mercato.

Le imprese da 10 a 49 addetti (con una media di 16-17 persone) sono meno del 4% ed occupano 1/4 del personale, con una quota di mercato del 28%.

Le imprese con oltre 50 addetti (in media meno di 120 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,2%, garantiscono il 10% dell’occupazione, ma si assicurano oltre 1/5 del mercato delle costruzioni.


Se il fatturato nel 2012 scende sia per le piccole (-2,4) che per le medie imprese edili (-2,3), decisamente più pesante è la flessione per le grandi imprese, -5,8%.

Il valore aggiunto si salva solo tra le medie imprese (dal 29,1 al 29% del fatturato), grazie ad un calo del valore degli acquisti (-2,1) sostanzialmente in linea con le vendite. 

Tra le piccole, il calo del fatturato non si riflette sugli acquisti, che aumentano dell’1,1%. Ne risente il valore aggiunto, che scende di oltre il 10%. 

Tra le grandi, infine, il valore degli acquisti cala (-3,8%) ma non in misura corrispondente alla pesante flessione delle vendite. Il valore aggiunto crolla del 12% e scende sotto il 23% del fatturato.

L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato raddoppia dal 12,8 al 22,5% quando si passa dalle piccole imprese edili a quelle medie e scende a meno del 18% tra le grandi, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (50 mila euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a meno di 29 mila euro (il 42,4% in meno delle grandi e il 19% in meno delle medie). Per il settore delle costruzioni nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco inferiore a 35 mila euro annui.

Sia le medie che le grandi imprese sono riuscite a ridurre il costo complessivo del lavoro (rispettivamente del 3,6 e del 2,8%) solo mediante lo sfoltimento del personale (-9% le medie  e -7,7  le grandi). Il costo del lavoro aumenta invece per le piccole, del 2,3%, nonostante il licenziamento del 2,8% dei dipendenti.

Il MOL delle piccole imprese edili, colpito sia dalla flessione delle vendite che dall’aumento dei costi, crolla del 18,6% e scende a meno del 16% del fatturato (18,9 nel 2011).  

Le imprese di medie dimensioni riescono a salvare il mol sia in termini assoluti (+0,1) sia in rapporto al fatturato (dal 6,4 al 6,5%), grazie soprattutto al drastico calo occupazionale.

Le grandi imprese, infine, non riescono a far fronte al forte calo delle vendite, né tagliando gli acquisti né mediante la riduzione degli occupati. Il Mol crolla di oltre 1/3 rispetto al 2011 e scende dal 7,2 al 5,1%  del fatturato.


Nel complesso solo le medie imprese riescono a difendersi dalla crisi, ma solo trasferendola totalmente sull’occupazione. 

Le grandi imprese, nonostante i tagli all’occupazione, non reggono alla bufera che coinvolge il settore (secondo i dati di contabilità nazionale gli investimenti in costruzioni sono scesi nel 2012 del 6,8% in termini reali) e segnano le maggiori perdite sia in termini di vendite che di margini.

Quanto alle piccole, il cui valore annuo della produzione equivale all’incirca alla costruzione di una villetta, soffrono una gestione approssimativa della loro attività e non potendo rinunciare all’unico eventuale collaboratore, si vedono ridurre i margini. Quelle che non hanno retto alla crisi sono oltre 15 mila a cui si aggiungono circa 25 mila finti “imprenditori edili”, ossia collaboratori subordinati che lavorano con partita iva, che non hanno più trovato lavoro.

domenica 30 novembre 2014

Non è questione di politiche economiche sbagliate.

Non vi fidate di Bagnai? Crederete allora a Mario Draghi. E cosa dice il presidente della BCE?

In un discorso tenuto all’Università di Helsinki ha sostenuto che non solo con l’unione monetaria i paesi hanno rinunciato alla sovranità monetaria, ma che affinché l’unione abbia successo, e sia quindi irreversibile, è necessario che i paesi più lenti nel realizzare gli aggiustamenti richiesti cedano anche la sovranità politica, che questa sia cioè esercitata congiuntamente agli organismi comunitari.
Il ragionamento sottostante è molto semplice: 
se vi sono parti dell’area dell’euro che si trovano in condizioni peggiori partecipando all’unione, potrebbe sorgere il dubbio che alla fine si ritrovino a doverla lasciare. E se un paese può potenzialmente uscire dall’unione monetaria si crea un precedente ripetibile per tutti gli altri. Questa situazione a sua volta minerebbe la fungibilità della moneta, in quanto i depositi bancari e gli altri contratti finanziari in un qualsiasi paese sarebbero soggetti al rischio di ridenominazione.
Poiché, però, agli stati membri è stata sottratta la possibilità di procedere mediante aggiustamenti del tasso di cambio, si dovranno utilizzare altri canali per far sì che gli squilibri all'interno dell'unione siano quantomeno attenutati. Quali? I trasferimenti dalle regioni in crescita a quelli che soffrono uno shock recessivo? No. Anche questo strumento non è previsto dall’unione monetaria (non siamo gli Stati Uniti).

Draghi è inoltre convinto che nemmeno la migrazione all’interno dell’area euro sia in grado di alleviare le differenze tra le diverse regioni, a causa delle barriere culturali che si frappongono fra i vari paesi.

E allora come potrebbe avvenire l’aggiustamento degli squilibri? Ma è semplice, mediante l’adeguamento dei prezzi e dei salari. I paesi 
devono (…) essere sufficientemente flessibili da reagire con rapidità agli shock a breve termine, anche attraverso l’aggiustamento salariale o la riallocazione di risorse tra settori.
Vuol forse dire che, ad esempio, la Germania deve aumentare i livelli salariali e aumentare i prezzi dei propri prodotti, divenuti eccessivamente competitivi, per adeguarsi quantomeno alla media dell’Unione? Certamente no. Non si può chiedere ad un paese di diventare meno competitivo. Saranno gli altri che dovranno ridurre i prezzi e i salari.

Ed ecco quindi le tanto acclamate "riforme strutturali", mai ben definite, ma chiare a tutti: occorre che i salari siano flessibili (ovviamente verso il basso) e se vi sono degli ostacoli (legislativi, sindacali od altro) andranno rimossi con gli opportuni interventi.

Pertanto, 
i paesi dell’area dell’euro non possono disinteressarsi del fatto che gli altri affrontino o meno le proprie sfide sul fronte delle riforme né del modo in cui lo fanno. Il loro stesso benessere dipende in ultima analisi dalla condizione che ciascun paese crei i presupposti per prosperare in seno all’unione. Vi sono perciò ottime ragioni perché la sovranità sulle politiche economiche pertinenti sia esercitata in maniera congiunta. 
In nome dell’euro, questo nuovo totem, verso cui tutti devono rivolgere i pensieri, parole ed opere, dovremo rinunciare ad ulteriori gradi di sovranità, indotti se è il caso da interventi extra-nazionali.

In altre parole, secondo il presidente della BCE, le riforme strutturali – ovvero la rimozione delle barriere (anche sindacali?) che ostacolano la discesa dei salari nominali e reali – dovrebbero essere imposte anche con il sollecito condizionamento degli altri stati membri, qualora gli organismi legislativi nazionali non si adoperino con “rapidità” ad introdurle.

Non è quindi questione di politiche economiche sbagliate o di divergenze macroeconomiche. Ciò che Draghi chiede è essenziale per la sopravvivenza della stessa unione monetaria e dell'euro. E' uno dei requisiti essenziali, senza il quale la moneta comune potrebbe dissolversi.
L’euro è – e deve essere – irrevocabile in tutti gli Stati membri che l’hanno adottato, non solo perché è scritto nei trattati, ma perché senza irrevocabilità non può esistere una moneta realmente unica.
E l’Unione, per essere irrevocabile, deve avere paesi il più possibile omogenei nei livelli e nel ciclo  economico. E se per ottenere questo risultato occorre cambiare gli assetti democratici vigenti, ben venga.

Si dirà: ma è fatto a fin di bene; per migliorare il tenore di vita; per adeguarlo ai paesi più avanzati dell’unione.

Davvero? Portare i redditi degli italiani al livello dei rumeni o dei polacchi migliora forse il tenore di vita? Ci adegua alla Germania?

L’euro, con questi presupposti, difficilmente sarà irreversibile.