sabato 28 marzo 2015

L'economia americana nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati BEA, FED


Il pil degli Stati Uniti è aumentato nel 2014 del 2,4% (+2,2 nel 2013). Rispetto al secondo trimestre del 2009, il momento più acuto della crisi, è aumentato del 13,5%. 


La crescita del pil è stata ottenuta con un aumento dell’occupazione dell’1,6% (+1,9 per i dipendenti non agricoli) che si è abbinata ad un aumento della produttività dello 0,7%.


Il reddito nominale per dipendente è cresciuto del 2,3%. Al netto della variazione dei prezzi al consumo (1,3), il potere d’acquisto è aumentato in media meno dell’1%. Abbinandolo all’espansione dell’occupazione, si ottiene una crescita dei redditi reali dei lavoratori del 2,9%.


I trasferimenti di reddito (prevalentemente pensioni e prestazioni sociali) sono aumentati in termini reali di oltre il 3%, mentre l’aumento dei redditi da capitale e impresa si ferma all’1,3%.

Nel complesso, il reddito delle famiglie aumenta del 4% in termini nominali e del 2,6 in termini reali. Al netto dell’imposizione fiscale, i redditi reali crescono del 2,5%. 

La propensione al consumo è rimasta di fatto invariata al 91,9%, consentendo una crescita della spesa delle famiglie analoga al reddito netto (+2,5).  Molto più dinamici sono apparsi i consumi durevoli, in aumento del 6,9%, potendo contare da un lato sul calo dei prezzi per questa categoria di prodotti (-2,5% nel 2014; ma quasi -8,8 dal secondo trimestre del 2009) e dall’altro sulla facilità di accesso ai finanziamenti, abbinata ai ridotti oneri finanziari. L’indebitamento delle famiglie connesso ai consumi è pertanto cresciuto del 7%. In rapporto al reddito netto è passato dal 23,3 del 2009 al 25% (tenendo conto dei mutui per l'acquisto dell'abitazione si arriva al 109%, ma era il 137% nel 2007).


La domanda del settore pubblico è scesa per il quarto anno consecutivo: solamente dello 0,2% nel 2014, ma del 6,4 rispetto al secondo trimestre del 2009. Il calo è stato particolarmente forte nel settore della difesa (-2,1 nel 2014 e -11,4 dalla metà del 2009), ma ha riguardato anche le altre voci di spesa, sia pur con minor intensità (-4,7 rispetto a cinque anni fa e + 0,5 nel 2014).

Nonostante il tasso di cambio effettivo reale del dollaro si sia apprezzato del 9,5% nel corso del 2014 le esportazioni sono cresciute del 3,2%. Parallelamente, le importazioni hanno tratto giovamento dal calo dei prezzi indotto dalla rivalutazione del biglietto verde e segnano un incremento del 4%, pur in presenza di una crescita della domanda aggregata del 2,6.

Sorprende la crescita degli investimenti (+5,3) innanzi ad una espansione della domanda effettiva al netto della spesa per investimenti dell’1,8%. Nelle decisioni delle imprese deve aver giocato il buon andamento dei profitti degli ultimi cinque anni (+64,5% sul secondo trimestre 2009). 

Ma il settore finanziario ha dovuto registrare un calo degli utili dell'8,5%, mentre il rafforzamento del dollaro ha ridotto i profitti conseguiti all’estero del 2,2%. E' andata meglio alle imprese non finanziarie, che sulle attività interne accrescono gli utili del 2,7% (+100% dal secondo trimestre del 2009).

Nel complesso i profitti in rapporto al pil scendono dal 12,6 al 12%. 


Anche gli investimenti, come è avvenuto per i consumi, sono stati facilitati dall’accesso al credito. L’indebitamento delle imprese è aumentato del 5,9% ed ha coperto circa ¼ delle spese in conto capitale.


Gli investimenti permettono di innalzare la crescita della domanda effettiva dall'1,8 al 2,3%, leggermente meno della crescita del prodotto (2,4).

Le previsioni per il 2015 confidano in una crescita del 2,9%. Ma il calo dei profitti potrebbe mettere in dubbio la necessità di espandere ulteriormente il livello degli investimenti, soprattutto se si tiene conto che la domanda interna, per quanto positiva, potrebbe continuare a privilegiare i prodotti importati e che quella estera potrebbe venir smorzata dal rafforzamento del dollaro. In un simile contesto, con la persistente funzione anti-ciclica della domanda pubblica, non si può escludere una revisione dei programmi di investimento delle imprese, in misura tale da far apparire eccessivamente ottimistiche le aspettative che si ripongono per l'anno in corso.

venerdì 27 marzo 2015

Le imprese italiane preferiscono mantenersi liquide (+17,4% annuo a febbraio)

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


A febbraio i prestiti al settore privato non bancario della zona euro sono aumentati  dello 0,2% rispetto ad un anno prima. Ma se si osserva più attentamente, risultano ancora in calo sia i prestiti per le società non finanziarie (SNF)  sia quelli alle famiglie, dello 0,7 e dello 0,2% rispettivamente. La crescita dei prestiti che controbilancia i cali di questi due settori avviene per gli altri intermediari finanziari (+4,1) e le compagnie assicurative (+15,3).


In Germania i prestiti aumentano dell'1,6%. Ne beneficiano sia le Snf (+1,9) che le famiglie (+1,6). Restano invece invariati in Italia, ove  si raggiungono tagli dell'ordine del 3,1% per le SNF e dello 0,8 per le famiglie. Sono ancora una volta gli intermediari finanziari diversi dalle banche a beneficiare dell'aumento del credito (+14%).


Nonostante il calo dei prestiti, i depositi del settore privato della zona euro crescono del 2,1%, trainati dai depositi a vista, che aumentano di quasi il 10%. 

In Germania i depositi crescono del 2,5%, con i conti correnti in crescita dell'8,6%.

In Italia, la liquidità del settore privato presso il sistema bancario aumenta negli ultimi dodici mesi del 5,5%, con i depositi a vista in espansione di oltre il 10%.

La crescita è particolarmente forte tra le imprese (+17,4), ma è positiva anche tra le famiglie (+3,3).



In termini assoluti, la crescita dei depositi nell'ultimo anno in Italia è di poco inferiore a 148 miliardi, di cui 67 miliardi derivanti dai rimborsi netti dei bond bancari. Il beneficio complessivo per le famiglie è di 31 miliardi. Per le imprese e gli altri soggetti residenti, l'aumento dei depositi supera abbondantemente i 100 miliardi.


Ritornano ad aumentare dopo tredici mesi anche i depositi degli investitori esteri dell'area euro: a febbraio erano 15,9 miliardi più alti rispetto ad un anno prima.


Nel complesso dell'area euro la M1, che comprende sia il circolante che i depositi a vista, aumenta a febbraio del 9,1%. Ciò nonostante i prezzi al consumo segnano una flessione dello 0,3%.

I rendimenti medi sui titoli decennali dell'area euro scendono all'1,21% dall'1,27 di gennaio. Un anno fa erano superiori al 3%.

All'interno dell'eurozona restano tuttavia ampi differenziali, con punte che arrivano al 9,7% in Grecia, innanzi a tassi tedeschi dello 0,3. Quelli italiani a febbraio erano all'1,56%.

giovedì 26 marzo 2015

Grecia, prosegue ma con minor vigore il ritiro dei depositi

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Nel mese di febbraio il sistema bancario ellenico ha visto calare i depositi di 9,2 miliardi. Di questi, circa 2 miliardi erano imputabili ai rimborsi netti sui prestiti. L’effettivo deflusso è stato quindi di 7,1 miliardi. A gennaio fu di 20,8 miliardi.

I depositi delle famiglie sono scesi a febbraio di 5,3 miliardi. Al netto dei 600 milioni utilizzati per i rimborsi netti sui prestiti, l’effettivo deflusso si attesta sui 4,7 miliardi. A gennaio furono ritirati 9,3 miliardi.

In un orizzonte annuale, i depositi delle famiglie sono diminuiti del 10,5%, ovvero di oltre 14 miliardi. Al netto dei 3,7 miliardi utilizzati per i rimborsi netti sui prestiti bancari ricevuti, le famiglie hanno prelevato 10,4 miliardi.


I depositi degli altri soggetti residenti (prevalentemente imprese) sono diminuiti a febbraio di 2 miliardi e mezzo. Se si tiene conto che circa un miliardo è imputabile ai rimborsi netti sui prestiti bancari, il deflusso effettivo si attesta ad un miliardo e mezzo. A gennaio fu di 4,8.

Nell’arco degli ultimi dodici mesi, i depositi delle imprese sono scesi del 20%, ovvero di oltre 8 miliardi, nonostante un afflusso derivante dai prestiti al netto dei rimborsi di 2,7 miliardi. L’effettiva conversione in cash da parte delle imprese è stata quindi di 10,8 miliardi.

I depositi degli investitori dell’area euro, prevalentemente bancari, sono diminuiti a febbraio di 1,3 miliardi. Circa 400 milioni sono però imputabili al rimborso netto dei prestiti erogati dal sistema bancario ellenico. Al netto di questa voce, l’effettivo rimpatrio si attesta sui 900 milioni. Nel mese precedente ne furono ritirati 6,7 miliardi.

In un ottica annuale, i depositi degli investitori dell’area euro sono scesi di circa 9 miliardi, di cui 3,4 per rimborsi netti sui prestiti erogati dal sistema bancario greco. L’effettivo ritiro di liquidità è stato quindi di 5 miliardi e mezzo.

Alla fine di febbraio, il sistema bancario poteva contare su depositi della clientela nazionale per 152,4 miliardi (22,2 miliardi in meno rispetto ad un anno prima) e su 6,2 miliardi da parte di clientela dell’area euro.


domenica 15 marzo 2015

Mercato azionario e immobiliare sostengono la ricchezza delle famiglie americane

Fonte: Elaborazioni su dati FED

A fine 2014, le famiglie americane possedevano attività finanziarie e reali per oltre 97 mila miliardi di dollari, in crescita rispetto al 2013 di oltre 4.400 miliardi (+4,8%).  Gli strumenti finanziari vi hanno contribuito per 3.000 miliardi e per poco meno di 1.400 le attività non finanziarie.

Nel 2014, il reddito delle famiglie al netto delle imposte personali è stato di quasi 12.990 miliardi di dollari, a fronte di consumi per 11.930 miliardi. Ne consegue che il risparmio (l’8,1% dei redditi netti) ha contribuito ad accrescere le disponibilità delle famiglie per  quasi 1.060 miliardi. Al netto del  risparmio generato dalle famiglie, la ricchezza è aumentata di 3.370 miliardi (+3,6%).

Tra le attività reali, che contano il 30% della ricchezza complessiva delle famiglie, il valore delle abitazioni registra un aumento in termini nominali di 1.220 miliardi  di dollari (+5,5%). Detto incremento è riconducibile alla crescita dei prezzi pari, in base all’indice  S&P Case-Shiller, al 4,9%. Se ne deduce che le famiglie abbiano incrementato il patrimonio immobiliare di almeno 130 miliardi.


I mutui espressi ai valori correnti sono diminuiti per il settimo anno consecutivo e la loro incidenza percentuale  passa dal 55,6% delle proprietà immobiliari delle famiglie del 2009 al 39,8%.

Tale evoluzione è connessa al livello medio-alto degli acquirenti, i quali possono fare a meno di indebitarsi. Se ne ha prova anche dalle vendite delle case di nuova costruzione: nel 2014  sono aumentate solamente del 2,6%, ma quelle con un valore superiore a 500 mila dollari, segnano un balzo del 39%. Le vendite di case nuove con un valore  inferiore a 200 mila dollari sono invece diminuite del 15,5%.  Quelle di valore intermedio sono aumentate poco meno del 4%.


Il buon andamento delle attività finanziarie, collocate per il 46,6% presso gestori o società finanziarie, è da attribuirsi al comparto azionario. Nel 2014, l’indice S&P500 è aumentato di oltre l’11%, consentendo una rivalutazione delle azioni in portafoglio di 1.000 miliardi. Le famiglie hanno colto l’occasione per vendere 47 miliardi di azioni.  La quota sul totale delle attività finanziarie si avvicina comunque al 20%.



Dell’andamento dei mercati si giovano, oltreché il risparmio gestito (+5,6%), anche le stime delle partecipazioni in società e imprese non quotate (+3,7%). Il peso di questo asset vale il 9,6% del totale delle attività finanziarie.

Il valore dei titoli obbligazionari in portafoglio scende invece di 519 miliardi, con  i titoli del Tesoro americano in calo per poco meno di 250 miliardi. La quota dei titoli pubblici sul totale delle attività finanziarie delle famiglie scende di mezzo punto percentuale, all’1%.

Visti i modesti rendimenti dei titoli, le famiglie hanno preferito incrementare la liquidità. I depositi sono cresciuti di  oltre 575 miliardi (+6% rispetto al 2013).


Quanto alle passività delle famiglie, se i mutui sono stati ridotti, è cresciuto l’indebitamento legato ai consumi (+8,9%). Nel complesso l'indebitamento aumenta del 2,6% e rappresenta meno del 15% della ricchezza complessiva delle famiglie.

La ricchezza netta, pari a più di 82.900 miliardi, aumenta del 5,2%. Mediamente i 320 milioni di americani possono contare su oltre 259 mila dollari a testa (213.400 euro).

sabato 14 marzo 2015

Continuiamo così, facciamoci del male

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Le partite correnti con l’estero nel 2014 hanno chiuso con un attivo, in base ai primi dati, di oltre 29,5 miliardi di euro, pari all’1,8% del pil. Nel 2013 l’attivo era dell’1%.


Sembra quindi che si sia interrotta la fase di indebitamento verso l’estero che era cominciata all’inizio del nuovo millennio, durata 13 anni se si esclude l’impercettibile surplus del 2001.

Convinti che con la moneta unica sarebbe venuto meno il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, potendo contare su una valuta accettata internazionalmente e di cui la BCE si sarebbe posta come garante, abbiamo scoperto a partire dalla crisi del 2007 e più ancora dal 2010 che – pur avendo rinunciato alla politica valutaria e monetaria – i condizionamenti imposti dai deficit esteri non sarebbero venuti meno.

Siamo quindi esposti agli stessi vincoli esterni che avevamo sotto la lira e ai possibili attacchi dei mercati finanziari, ma privi degli strumenti di difesa, non potendo più agire né sui tassi di interesse né sul cambio.

La Bce è disposta a soccorrerci solo in cambio alla rinuncia della politica fiscale autonoma. Siamo in tal modo espropriati da ogni possibile linea di politica economica, che non sia quella dettata da Bruxelles e Francoforte, volta a ridimensionare il potere contrattuale dei lavoratori, il welfare e l’intervento pubblico in economia.

Così, a partire dal 2010, quando la BCE scioccò i mercati rifiutandosi di garantire il debito pubblico greco, i rendimenti sui titoli pubblici incominciarono ad incorporare un premio per il rischio emittente (e i tassi di interesse a differenziarsi tra i vari paesi). 


Dalla fine del 2007 alla metà del 2011 lo spread sui titoli decennali tedeschi era passato da 33 punti base a 193. Quindi arrivò la lettera della Bce al governo Berlusconi in cui si “consigliava” esattamente ciò che sarebbe stato opportuno eseguire in cambio di un occhio di riguardo sui tassi di interesse. E per essere più convincente, la BCE utilizzò lo spread come una clava, lasciandolo salire in cinque mesi – poco prima delle dimissioni del governo – fino a 575 punti.

A fine 2011 il deficit delle partite correnti era il 3,1% e seguiva il 3,5 del 2010. Con l’arrivo di Monti, iniziano le politiche di austerità, l’età pensionabile è ritardata e gli assegni vengono ricalcolati con il metodo contributivo. La politica fiscale è inasprita ed è volta “a distruggere la domanda interna”, come espressamente dirà Monti in un’intervista ad una tv estera


L’effetto sarà un ritorno di fatto al pareggio delle partite correnti (-0,4% del pil) e l’inizio dell’allentamento della morsa sugli spread (a fine 2012 scesero a 324 punti).

Le politiche di austerità sono proseguite con il governo Letta e Renzi. Quest’ultimo ha dato avvio, con il plauso della BCE e della Commisione UE, al cosiddetto Jobs Act, che riduce le tutele per i nuovi assunti. Parallelamente gli spread scendevano ulteriormente ed ora sono a meno di 100 punti base.

Da un punto di vista settoriale, il saldo primario pubblico passava da un deficit nel 2009 di quasi un punto di pil ad un avanzo nel 2012 del 2,2%, attuando quindi una stretta sul settore privato di 4,3 punti percentuali (ovvero di 70 miliardi in tre anni). Nei due anni successivi mediante l’avanzo primario sono stati sottratti al settore privato altri 56 miliardi. Nel complesso, dal 2009 il settore privato ha dovuto rinunciare a più di 125 miliardi.

Il settore privato si trova pertanto costretto a tagliare i consumi e gli investimenti: le famiglie per far fronte alle politiche di austerità e le imprese per il venir meno della domanda. Si genera pertanto un eccesso di risparmio (al netto degli interessi percepiti sul debito pubblico, [1]) che nel 2014 vale l’1,7% del pil e che spiega buona parte del surplus delle partite correnti.

L’avanzo primario del settore pubblico serve invece per pagare gli interessi  ai creditori esteri  (è pertanto paradossale sentire i politici e gli opinion leader che invocano l’acquisto dei nostri titoli pubblici da parte degli investitori stranieri, dato che maggiore è la quota, maggiori saranno i sacrifici richiesti al settore privato interno).


Il risultato di queste politiche è stato un crollo del pil di oltre il 9%, della domanda interna di oltre l’11, della produzione industriale del 25% e un aumento della disoccupazione dal 6% del 2007 al 12,6%.

Citando Nanni Moretti potremmo dire: continuiamo così, facciamoci del male.



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[1] Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:

(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in 
uscite al netto degli interessi, U 
interessi pagati ai residenti, ir 
e interessi pagati all’estero, ix 

si ha

(X-M) = (S-I) – (U +ir +ix – T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ottiene

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post. 

venerdì 13 marzo 2015

Il Tesoro fa incetta di liquidità (6,4% del pil) ed è in grado di coprire due anni di fabbisogno interno

Fonte: Banca d'Italia

Il 2015 si apre con un debito pubblico inferiore a 2.166 miliardi (il 134% del pil), in aumento rispetto al gennaio 2014 di quasi 77 miliardi.

Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a poco più di  2.105 miliardi (72,3 in più rispetto a dodici mesi prima).

L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 50,3 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno”(3,1% del pil), di cui 75 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 24,7 miliardi, ovvero l’1,5% del pil.

I restanti 22 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora pari a 103,6 miliardi, equivalenti al 6,4% del pil. In particolare, a  fine gennaio la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 82,6 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 21 miliardi presso gli altri istituti di credito.


La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire oltre due anni di “fabbisogno interno”.


A fine 2014, più di 1/3 del debito pubblico era in mani estere, il 51% nei portafogli del settore finanziario nazionale e il 10,3% presso altri residenti (imprese e famiglie). La Banca d’Italia, che a partire da marzo sarà chiamata ad acquistare titoli pubblici attuando le direttive della BCE in tema di politica monetaria, aveva alla stessa data quasi 107 miliardi di debito pubblico, pari al 5% di quello complessivo.


Il rendimento medio dei titoli decennali a febbraio è stato dell’1,6%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di poco superiore a 125 punti base.


giovedì 12 marzo 2015

Negli ultimi due anni la produzione industriale è cresciuta negli USA, in Giappone e in Germania. Calo del 2,3% per l'Italia

Fonte: BCE, FED, OCSE

Nel mese di gennaio, la produzione industriale destagionalizzata è risultata positiva sia pur di poco in tutti i maggiori paesi (in Giappone i dati sono fermi a dicembre), ad eccezione del Regno Unito (-0,1 su un mese prima) e dell'Italia (-0,7). 


In un ottica annuale, prosegue il forte aumento degli Stati Uniti (+4,8), seguito a distanza dal Regno Unito (+1,3% nonostante la battuta d'arresto mensile). Sotto il punto percentuale sono gli incrementi nell'Europa continentale: la Germania è la migliore con una crescita dello 0,9%. La Francia cresce dello 0,7 precedendo la Spagna (+0,6). In forte calo la produzione industriale italiana (-2,4%).


Ad eccezione degli Stati Uniti (ove la produzione industriale è del 6,2% più elevata rispetto ai livelli pre-crisi) e della Germania (+1,8 sul 2007), tutti gli altri paesi sono ancora immersi in una profonda recessione:   il Regno Unito ha perso quasi l'11% della produzione e la Francia oltre il 13. In Italia il calo supera il 24% e in Spagna si va oltre il 28.

Nè si notano  significativi segni  di ripresa per i paesi europei: rispetto a due anni fa la crescita si limita a poco più dell'1% in Francia e a meno del due in Spagna. Un po' meglio va nel Regno Unito (+2,9). Solo la Germania è riuscita ad aumentarla di oltre il 5%. Ma in Italia è del 2,3% inferiore.

Al di fuori dell'Europa l'attività produttiva non conosce soste, neppure  in Giappone, ove a dicembre era del 5% più alta. Sembra infine che gli Stati Uniti vivano in un altro pianeta, con una produzione industriale che all'inizio dell'anno era dell'8% più elevata rispetto a due anni prima.

venerdì 6 marzo 2015

Gli strumenti per assorbire un deficit delle partite correnti

Quali sono gli strumenti a disposizione per assorbire un deficit delle partite correnti? Dipende dal regime dei cambi, dalla situazione dei tassi di interesse e dalle condizioni socio-politiche del paese.

Possiamo incominciare a distinguere i paesi a seconda che siano in un regime di cambi flessibili, fissi o facenti parte di una valuta comune.

Possiamo inoltre prevedere una condizione dei tassi di interesse normale (ovvero significativamente maggiore di zero) o una situazione nella quale il paese sia caduto nella trappola della liquidità (tassi zero).

La situazione politica può inoltre sconsigliare politiche volte a ridimensionare i redditi dei lavoratori o viceversa consentire di intraprendere delle misure più o meno dirette a rendere più flessibili i salari verso il basso. Può essere infatti che gli effetti della disoccupazione sui redditi dei lavoratori siano troppo lenti o attenuati e che sia più opportuno politicamente intervenire sulle norme che regolano il mercato del lavoro piuttosto che alimentare tensioni sociali in seguito ad interventi diretti sui salari.

Infine vi è la politica fiscale che può essere indirizzata a contenere la domanda interna.


In funzione del regime dei cambi e della situazione dei tassi di interesse, l’assorbimento di un deficit delle partite correnti può implicare i seguenti interventi:


Si noti che più diventa vincolante il regime dei cambi, minori sono gli strumenti a disposizione, dato che i tassi di interesse nel caso di una valuta comune vengono sottratti alla sovranità monetaria dei singoli paesi. In quest’ultima circostanza, ai paesi in deficit delle partite correnti non resta che una politica fiscale restrittiva e un intervento diretto o indiretto sui salari e sul mercato del lavoro.

E’ evidente che avere la possibilità di manovrare i tassi di interesse o consentire un adeguamento del tasso di cambio pur avendo lo stesso obiettivo di una politica fiscale restrittiva o una contrazione dei salari ha un impatto ben differente.

Riequilibrare l’economia attraverso il tasso di cambio, ad esempio, può rendere superflua una politica fiscale restrittiva e non esclude a priori che vi possa essere un certo grado di protezione dei redditi interni dall’inflazione importata.

In una situazione come quella dell’euro, viceversa, l’unico modo per ritrovare l’equilibrio nei rapporti con l’estero passa attraverso un crollo dei redditi e della domanda interna. 

martedì 3 marzo 2015

Grandi Imprese 2014: l'aumento delle vendite (export) ha solo smaltito le scorte

Fonte: Istat

Nel 2014 il fatturato delle grandi imprese industriali è rimasto sostanzialmente invariato (+0,2%) rispetto al 2013. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-1,5%), le vendite reali segnano un incremento dell’1,6%, grazie soprattutto alla crescita del 3,2% della domanda estera (contro un +0,6 delle esportazioni complessive a livello nazionale). Le vendite sul mercato interno  aumentano per poco più di mezzo punto percentuale. 


Tuttavia, nonostante l’aumento delle quantità vendute (+1,6), le grandi imprese hanno preferito smaltire le scorte accumulate (-2,2% rispetto a dodici mesi prima, quasi il 4% in meno rispetto al 2010). La produzione industriale non ne ha tratto pertanto giovamento ed è stata anzi ridotta dello 0,7% rispetto ad un anno prima.


Il calo dell’attività produttiva si è riflesso sia sugli occupati,  scesi dello 0,5% (al netto di quelli in cassa integrazione), sia sulle  ore lavorate per dipendente (-0,7). Nel complesso, le ore effettivamente lavorate sono diminuite dell’1,2% e ciò ha consentito un aumento della produttività oraria dello 0,5% sul 2013.


Sul calo delle ore lavorate hanno influito sia gli straordinari, scesi dello 0,8%, sia l’aumento delle ore di sciopero (+42,5%) In controtendenza invece le ore di cassa integrazione, scese del 15,2% (innanzi ad un calo dello 0,3 a livello generale). 


Il costo orario del lavoro è aumentato del 2,7%. Tenendo conto del calo delle ore lavorate, il costo complessivo cresce dell’1,4%, ma innanzi ad un calo della produzione dello 0,7 il clup non può che aumentare del 2,2%.   


Le retribuzioni orarie  sono aumentate del 2,9%, ma il calo delle ore effettivamente lavorate per dipendente contiene i guadagni medi individuali al 2,2%. Poiché i prezzi al consumo (Ipca) nel 2014 sono aumentati dello 0,2% i lavoratori delle grandi imprese industriali possono registrare un aumento del potere d’acquisto del 2%.