martedì 2 settembre 2014

Zona Euro, prosegue l'era glaciale creditizia

Fonte: BCE


A luglio i prestiti al settore privato non bancario della zona euro erano dell'1,4% inferiori rispetto allo stesso mese del 2013. 

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che nei dodici mesi terminanti a luglio sono diminuiti del 2,3%.  Si riducono anche i prestiti alle famiglie (-0,5)mentre i mutui per l'acquisto dell'abitazione sono praticamente congelati (-0,1). 


Il calo dei prestiti al settore privato è leggermente più accentuato in Italia (-1,6%) che nella Zona Euro nel suo complesso, con i prestiti alle SNF che stanno scendendo ad un ritmo assai consistente (-4,1%). Non è trascurabile nemmeno il passo imposto alle famiglie italiane (-1,1). Certamente avviene ad un tasso più che doppio a quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.



Il calo dei prestiti si accompagna ad una crescita impercettibile (+0,7) dei depositi rispetto a dodici mesi prima, ma la preferenza per gli impieghi più liquidi rimane alta,  con quelli a vista che crescono del 6,5%, a scapito di forme di deposito più vincolanti. In Italia i conti correnti aumentano del 5,9 e del 7,1 in Germania. 

Nel complesso la M1, che comprende il circolante oltre i depositi a vista, aumenta a giugno del 5,6% senza che i prezzi ne vengano influenzati (0,4% a luglio). 


La misura più estesa della moneta, ovvero M3, risente delle attese sull'evoluzione futura dei tassi di interesse. Con i titoli decennali in media al  2,2% incomincia a diffondersi l'idea che vi siano pochi spazi per ulteriori discese e ciò permette ad M3 di ritornare a crescere dallo 0,8 di aprile all'1,8% annuo di luglio (tenendo conto delle già ampie disponibilità liquide del settore privato sui conti correnti). A tale evoluzione può aver contribuito anche il raffreddamento del mercato azionario, come rappresentato dall'indice €toxx50, che mostra valori più o meno analoghi a quelli di fine aprile. 


lunedì 1 settembre 2014

Pil, le previsioni di agosto

Vediamo anzitutto la situazione attuale. Il grafico seguente riporta le variazioni percentuali cumulate dal primo trimestre 2008.


Le previsioni formulate ad agosto in merito al pil 2014 sono state riviste pesantemente al ribasso.  Per gli Usa sono scese dal 2,1 di luglio all'1,8% e per la zona euro dall'1,1 allo 0,9%. Infine per l'Italia dallo 0,3 allo 0,1% (erano salite allo 0,6 a febbraio con l'arrivo del governo Renzi e tali erano rimaste fino a maggio).


Affinché queste previsioni si realizzano il pil italiano  di questo semestre dovrebbe essere di mezzo punto percentuale superiore a quello dello stesso periodo del 2013. Quello dell'eurozona dell'1,1%, mentre per gli Stati Uniti è sufficiente una crescita dell'1,4 dopo il 2,2 del primo semestre.


domenica 31 agosto 2014

L'economia italiana a sei anni dalla crisi e il vincolo esterno

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel primo semestre l'economia italiana è scesa dello 0,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. Ha inciso su questa evoluzione soprattutto il calo delle scorte, dato che la domanda effettiva è rimasta di fatto sugli stessi livelli dell'anno scorso.

A dire il vero la domanda aggregata è cresciuta dello 0,3%, ma  è andata a tutto vantaggio dei produttori esteri (le importazioni sono aumentate dell'1,5%), lasciando le vendite finali delle nostre imprese invariate rispetto a dodici mesi prima.

La componente più dinamica della domanda aggregata è stata quella estera, aumentata nel semestre del 2,2%, mentre quella interna è arretrata dello 0,3 a causa della flessione della domanda del settore privato (-0,5), non adeguatamente compensata dalla domanda del settore pubblico (+0,3). 

La debolezza della domanda interna del settore privato è imputabile sia agli investimenti fissi, scesi dell'1,7%, sia ai consumi delle famiglie, limati dello 0,2%. 



Le esportazioni nei primi sei trimestri della crisi arrivarona perdere quasi 1/4 dei volumi antecedenti la recessione. Cadde anche la domanda interna, ma si fermo a -4,5 grazie anche al ruolo anti-ciclico giocato dalla domanda pubblica, per quanto flebile. Successivamente, mentre le esportazioni ritornavano a crescere, sebbene non siano ancora ritornate sui livelli del primo trimestre del 2008 (-3,8%), si agì per comprimere la domanda interna, sia pubblica che privata, al fine di conseguire i necessari aggiustamenti delle partite correnti con l'estero. 

La riduzione della domanda interna entro l'attuale sistema dell'euro è possibile tuttavia in un solo modo: mediante la compressione dei redditi. 

I risultati di questa politica economica si evincono dal grafico sopra riportato, ove la domanda interna del settore privato è del 13% inferiore rispetto all'inizio della crisi, mentre quella pubblica è stata ridotta di quasi sei punti percentuali rispetto al suo massimo. 

Il calo più accentuato della domanda aggregata (-9,3) rispetto a quella effettiva (-8%) evidenzia che la compressione dei redditi interni si è riflessa anche sulle importazioni, contribuendo a migliorare il saldo delle partite correnti. 

Da circa sei trimestri la domanda interna, sia pubblica che privata, è sostanzialmente piatta, mentre l'export sembra aver esaurito il suo ruolo propulsivo

L'aver puntato sulla domanda estera per uscire dalla crisi non sembra aver giovato all'economia italiana, sia perché le esportazioni sono una quota minoritaria delle vendite delle imprese (che restano fortemente legate al mercato nazionale), sia perché la crescita dell'ultimo anno si è tradotta in una ripresa delle importazioni. Il ché segnala che difficilmente si potranno avere ulteriori margini di miglioramento nei rapporti con l'estero. 

La debolezza dell'euro che si prospetta potrà sicuramente essere di sostegno, ma contemporaneamente comporterà un aumento, sia in volume che nei prezzi, degli acquisti all'estero. 

Sarebbe tuttavia apprezzabile rilanciare la domanda: non vi può essere crescita se tutte le componenti restano sotto i livelli del primo trimestre 2008. Ma in tal caso bisogna accettare l'idea di riassorbire il surplus commerciale che si è creato negli ultimi anni, peraltro assai modesto (1,5% del pil) innanzi alla caduta subita sia dalla domanda effettiva (-8%) sia dalla domanda interna (-10,9%).

Entrati nell'euro pensando di allentare il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti (in quanto moneta che sarebbe stata accettata internazionalmente da tutti, come il dollaro), questo si ripresenta con lo svantaggio di non aver più né il controllo della politica valutaria né di quella monetaria. Se si volesse spingere oltre sul lato della domanda interna si ripresenterebbe infatti il problema del finanziamento delle partite correnti, a cui non saremmo in grado di far fronte se non con l'imposizione di politiche economiche decise all'esterno del nostro paese e che suonano più orecchiabili se vengono definite "riforme", ma che non sono altro la compressione dei redditi mediante un'estensione della precarietà e della disoccupazione. 

venerdì 29 agosto 2014

7,2 milioni di disoccupati effettivi (il 24,7% della forza lavoro potenziale).

Fonte: Elaborazioni su dati Istat ed Eurostat

Nel secondo trimestre di quest'anno vi sono stati 14 mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo del 2013. La flessione è il risultato che deriva da un aumento di 42 mila lavoratori dipendenti che compensano parzialmente l'abbandono dell'attività da parte di 56 mila autonomi.

Il settore delle costruzioni è quello che ha visto svanire il maggior numero di posti di lavoro se considerato in percentuale (-3,8%), equivalenti a più di 60 mila unità (per due terzi riguardanti i dipendenti e per un terzo gli imprenditori edili).

Il settore dei servizi accusa una flessione occupazionale dello 0,6%, ma in termini assoluti registra la perdita più consistente, pari a 92 mila unità. In tal caso la perdita più rilevante si registra tra i lavoratori autonomi (56 mila, pari a -1,4%), ma vengono coinvolti anche 36 mila dipendenti (-0,3%).

In modesto progresso il settore agricolo (+14 mila, +1,8%), nonostante 7 mila imprenditori agricoli abbiano rinunciato all'attività. Sono quindi le aziende più solide ad arruolare gli oltre 20 mila lavoratori agricoli in più rispetto ad un anno fa.

Ma è il settore industriale ad assorbire la quota più consistente di nuovi lavoratori, ben 124 mila, di cui quasi 100 mila sono dipendenti (+2,5%). Vi sono poi oltre 25 mila nuovi imprenditori (+5%).

Tuttavia i 42 mila dipendenti in più rispetto al secondo trimestre 2013 derivano da un aumento di quasi 100 mila unità tra i lavoratori a tempo determinato o part time, mentre  57 mila sono coloro che, pur avendo un lavoro full time a tempo indeterminato, sono stati lasciati a casa.

I lavoratori precari (ovvero a tempo determinato) sono aumentati di oltre 85 mila unità e rappresentano il 14% dei dipendenti (13,5 nel secondo trimestre 2013). Se si tiene conto anche di chi lavora part time tra chi ha un contratto a tempo indeterminato la percentuale sale al 29,2% dei dipendenti.

I dipendenti in  cassa integrazione sono diminuiti del 12,4% rispetto ad un anno fa, a 535 mila, pari al 3,7% dei dipendenti a tempo indeterminato.

I disoccupati sono 3,1 milioni, in crescita del 2,2% rispetto ad un anno prima. Il tasso di disoccupazione del secondo trimestre è al 12,3%. Tuttavia se si tiene conto di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione, ma sono disponibili a lavorare (ovvero altri 3,5 milioni di sfiduciati), nonché i cassintegrati, la disoccupazione effettiva raggiunge il 24,7% e coinvolge 7,2 milioni di persone.


Al netto degli effetti stagionali, la disoccupazione ufficiale a luglio è al 12,6%, con quella giovanile (che coinvolge oltre 700 mila ragazzi) vicina al 43%.

Nella zona euro, la Grecia ha un tasso di disoccupazione (ufficiale) al 27,2% (a maggio). La Spagna è al 24,5 e la Francia al 10,3% (entrambe a luglio). La Germania, sempre a luglio, ha sfondato verso il basso la barriera del 5%.


Nel complesso della zona euro, la disoccupazione è all'11,5% e riguarda 18,4 milioni di persone, di  cui 3,3 giovani con meno di 25 anni. Negli Stati Uniti, il mese scorso il tasso di disoccupazione (calcolato in modo omogeneo a quello europeo) era al 6,2%.


giovedì 28 agosto 2014

Peggiora il clima di fiducia tra tutti gli operatori, nonostante il governo Renzi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2) (3)

L’effetto psicologico degli 80 euro di Renzi si è esaurito. Ad agosto la fiducia dei consumatori è infatti scesa per il terzo mese consecutivo. Da maggio le aspettative si sarebbero deteriorate del 4%, sebbene siano ancora del 3,6% superiori rispetto ad un anno prima.

In termini concreti  l'elargizione governativa non si è tradotta in un aumento della spesa, almeno per quella riferita ai beni e ai prodotti. A giugno, primo mese in cui avrebbe dovuto aver luogo l'effetto sui consumi, le vendite al dettaglio sono nel complesso rimaste invariate rispetto al mese precedente sia in termini nominali che deflazionati. 


Nel confronto con lo stesso mese del 2013  le vendite al dettaglio destagionalizzate  e depurate della variazione dei prezzi al consumo (al netto dei servizi) calano dell’1,1%.


Sull’andamento dei consumi influisce piuttosto l’andamento dell’occupazione, rimasta sostanzialmente invariata rispetto a dodici mesi prima.

Nelle decisioni di spesa influiscono evidentemente anche i timori per i prossimi mesi, come si evince dalle prospettive future per l’economia così come percepite dai consumatori, ove ad agosto sono ritornati a prevalere i pessimisti sugli ottimisti.

Ma tale sentimento di preoccupazione è piuttosto diffuso anche tra le imprese. Le più pessimiste sono quelle dei servizi (saldo negativo del 33%), mentre le imprese manifatturiere (-17%) sono tornate sui livelli antecedenti all’arrivo del governo Renzi.

lunedì 25 agosto 2014

La scoperta dell'acqua calda

Il sito LaVoce, curato da Tito Boeri, pubblica un intervento dedicato agli effetti delle politiche di austerità.

Da quell'articolo riprendo due grafici che mi sembrano significativi. 

Il primo mette in relazione le politiche di bilancio restrittive con la disoccupazione, dal quale si deduce che non esiste nessuna "austerità espansiva" alla Giavazzi e Alesina (forse dovrebbero darsi alla fantascienza).


Il secondo smentisce la vulgata così tanto diffusa che il rigore fiscale possa contribuire a ridurre il rapporto debito/pil.


Insomma niente di nuovo. Ma c'è sempre qualcuno che scopre l'acqua calda.

P.S. Il fatto che sia esclusa la Grecia è un'aggravante.

giovedì 14 agosto 2014

I "successi" del modello spagnolo

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco

* Dal 2007 al 2013 l'occupazione è crollata del 16,7%, ovvero 3,4 milioni di persone hanno perso il lavoro.

* I disoccupati sono passati dall'8,1 al 25,8%, vale a dire che sono passati da 1,8 a 6 milioni di persone

* Il pil è sceso in termini reali del 6,7% rispetto al 2008. 



Italia Riparte (lo slogan di Renzi): +0,2% nel secondo semestre (dopo il -0,4 del semestre appena concluso)

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Battuta d’arresto per il pil tedesco nel secondo trimestre, che scende dello 0,2% sul trimestre precedente. Anche il pil dell’Italia arretra dello 0,2%; ma essendo il secondo calo consecutivo dopo il flebile rimbalzo dell’ultimo trimestre del 2013, ricadiamo tecnicamente in recessione per la terza volta negli ultimi 7 anni. Dall’inizio della crisi, nel 2008, il pil italiano è crollato di oltre il 9%.

Resta invariata l’attività economica francese, mentre quella spagnola mette a segno un incremento dello 0,6%.

In termini tendenziali, crescono tutti i maggiori paesi dell’area euro, ad eccezione dell’Italia che scende dello 0,3%, segnando l’11° trimestre consecutivo in calo nel confronto annuo.


Per il complesso dell’area dell’euro il pil del secondo trimestre risulta invariato rispetto al precedente e in crescita dello 0,6% sullo stesso periodo dell’anno scorso. Ma nel confronto con gli Stati Uniti, cresciuti dell’1% annuo, emerge un forte divario tra le due aree. Mentre al di là dell’Atlantico il pil è quasi dell’8% superiore ai livelli pre-crisi, la zona euro rimane sotto del 2,5% (che a sua volta nasconde le profonde divergenze all’interno dell’area, come si evince dal grafico precedente).


Con riferimento al primo semestre, mentre gli USA sono cresciuti del 2,2% e la zona euro dello 0,8%,  l’Italia scende dello 0,4 rispetto al primo semestre 2013. Per crescere dello 0,3% - come la media delle previsioni asserisce – il pil dovrebbe aumentare di quasi un punto percentuale nella seconda parte dell’anno, ossia dell’1,1% sui livelli del semestre appena concluso. Se invece si accolgono le previsioni per l’Italia di Moody’s  (2014 a -0,1), il semestre in corso dovrebbe essere solo dello 0,1% più alto rispetto a quello dell’anno scorso, ovvero dello 0,2 superiore alla prima parte dell’anno. 

Sarebbe questa la ripresa?

mercoledì 13 agosto 2014

Produzione Industriale zona euro: di fatto invariata da circa 24 mesi

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat, FED e Ocse


A giugno la produzione industriale destagionalizzata dell’area euro è rimasta invariata rispetto allo stesso mese dell’anno scorso.   Sono risultate in crescita, tra i maggiori paesi europei, la Spagna (+0,7) e l’Italia (+0,1). E' calata l’attività produttiva in Germania e in Francia (entrambi dello 0,3%). 



Al di fuori della zona euro permane notevole la crescita annua degli Stati Uniti (+4,3%). Egualmente positivi gli andamenti del Regno Unito (+1,2) e del Giappone (+1,8). 


Nel primo semestre, la produzione industriale della zona euro mostra un progresso dell’1,1%, grazie alla Germania che è cresciuta ad un ritmo del 2%. Segue a brevissima distanza l’industria spagnola (+1,9), sebbene rispetto all’inizio della crisi abbia perduto quasi il 30% della produzione. Ferma è invece l’attività industriale in Italia (+0,1). Soffre infine la produzione francese che riporta un calo  superiore al punto percentuale.

Rispetto al 2007, il livello produttivo della zona euro è del 13,5% inferiore a quello degli Stati Uniti. La produzione industriale italiana è invece di oltre il 22% inferiore ai livelli produttivi tedeschi.  Rispetto all’inizio della crisi il nostro paese accusa un crollo di circa il 25%.


La liquidità del settore pubblico supera i 130 miliardi, pari all'8,4% del pil

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A giugno il debito pubblico  supera i 2.168 miliardi, pari al 138,7% del pil. Rispetto ad un anno fa è aumentato di quasi 92 miliardi. Al netto dell’aumento imputabile alla nostra quota di sostegno ai paesi euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” cresce per poco meno di 83 miliardi a  2.108,5. Quello conseguente ai nostri impegni per la salvaguardia della zona euro è di 60 miliardi.


L’aumento del debito è stato finalizzato per 55 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui oltre 78 imputabili agli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 23 miliardi.

I restanti 27,7 miliardi derivanti dall’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico, che ora superano i 131 miliardi, ovvero l'8,4% del pil. In particolare, a  fine giugno la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di oltre 105 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano poco meno di 26 miliardi presso gli altri istituti di credito.


La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire 29 mesi di “fabbisogno interno”.

Il debito a maggio era per un terzo in mani estere, per il 54% nei portafogli del settore finanziario  nazionale e il 12,3% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali a luglio è stato del 2,79%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 168 punti base.