martedì 21 ottobre 2014

I paesi ove è più forte la disuguaglianza della ricchezza

Il Global Wealth Databook preparato dal Credit Suisse Research Institute fornisce una stima aggiornata della concentrazione della ricchezza.

In Italia il 10% più ricco non solo detiene il 51,5% della ricchezza complessiva, ma non sembra che abbia risentito della crisi, dato che la fetta posseduta è cresciuta dal 2008 di 4 punti percentuali. Tale incremento si concentra tuttavia nell’1% più ricco, che passa dal 17,2 al 21,7%.

Estendendo lo sguardo ad altri paesi e considerando il periodo che va dal 2000 ad oggi, uno degli incrementi più forti della ricchezza posseduta dal Top 10% è avvenuto in Cina, ove sale dal 48,6 al 64%.

Notevoli anche gli aumenti in Egitto (dal 61 al 73,3%), Honk Kong (dal 65,6 al  77,5) e Turchia (dal 66,7 al 77,7%).

I paesi ove vi è stata una maggiore redistribuzione della ricchezza sono la Polonia, con la quota del Top 10% che scende da poco meno del 70 al 62,8%, e l’Arabia Saudita, che passa dal 73,3 al 66,4%.

Il grafico seguente illustra per diversi paesi la variazione della quota percentuale detenuta dal 10% più ricco dal 2000 ad oggi.

cliccare sul grafico per ingrndire

Ma ancor più impressionanti sono stati gli incrementi patrimoniali per l’1% più ricco. In Cina l’aumento supera i 18 punti percentuali ed equivale al 37,2% della ricchezza complessiva. Ad Honk Kong la fine del protettorato inglese non ha ostacolato per nulla i più facoltosi: la quota di ricchezza del top 1% è passata dal 35,4 al 52,6%.

Sono sopra il 50% anche in Turchia, Russia, Indonesia, Thailandia e Filippine.

Mettendo a raffronto la quota del Top 1% e la variazione della ricchezza intervenuta dal 2000 ad oggi emerge che quasi tutti i paesi che hanno
a) un’alta concentrazione della ricchezza
b) e una forte crescita tra le persone più ricche
hanno avuto, sia pur per diversi motivi, delle turbolenze politiche o problemi economici.

cliccare sul grafico per ingrandire

lunedì 20 ottobre 2014

La ricchezza mondiale vale 263 mila miliardi di dollari

La ricchezza accumulata nel mondo, secondo il Global Wealth Databook 2014 del Credit Suisse, supera i 263 mila miliardi di dollari, in crescita dell’8,3% rispetto al 2013.

I maggiori incrementi sono stati in Nord America (+11,4%) e in Europa (+10,6). La ricchezza è invece diminuita in India (-1%) ed è rimasta sostanzialmente invariata in America Latina (-0,1). Nel resto del mondo la crescita è stata inferiore a quella mondiale.

E’ il Regno Unito a conquistare l’aumento percentuale più consistente della ricchezza delle famiglie (+19,1%), grazie ad un aumento dei valori di borsa superiore al 23% e ad un effetto cambio dovuto alla conversione dei valori in dollari del 12,4%. I prezzi delle abitazioni sono parimenti cresciuti del 9,4.

Anche la Grecia e la Spagna accrescono la ricchezza accumulata del 15,5%, grazie ai buoni andamenti dei mercati azionari (+25 e + 55,4% rispettivamente) e nonostante il calo dei prezzi delle case (-5,4 e -2,7%). L’effetto cambio incrementa la valorizzazione in dollari del 5,3%.

Negli Stati Uniti la ricchezza è aumentata per poco meno del 12%, anche grazie ad un apprezzamento dei valori azionari del 22,6%. Nullo sarebbe stato l’effetto prezzi del patrimonio immobiliare.


In Italia la ricchezza è cresciuta del 9,6%, anche grazie ad un aumento dei corsi azionari prossimo al 50% e nonostante una caduta dei prezzi delle case vicina al 5%. L’effetto cambio è ovviamente identico a quello di Grecia e Spagna.



La ricchezza accumulata in Nord America è di 91.240 miliardi, pari al 34,7% di quella mondiale, sebbene gli adulti siano solo il 5,7% di quelli stimati a livello planetario.  La quota di ricchezza detenuta dagli adulti europei è del 32,4%, con una popolazione adulta del 12,4%.

Meno del 19% si trova nell’area asiatica e del pacifico, escluse Cina e India. Le quali possiedono rispettivamente l’8,1 e l’1,4% della ricchezza complessiva.

Seguono l’America Latina con il 3,5 e l’Africa con l’1,1%.



Coloro che possiedono più di un milione di dollari sono solo lo 0,7% degli adulti, ma la loro ricchezza equivale al 44% di quella  mondiale (un anno fa era il 41%). Si tratta di 35 milioni di persone che in media posseggono più di 3,3 milioni di dollari a testa.

Vi è quasi un 8% che detiene tra i 100 mila e il milione di dollari e la loro fortuna vale il 41,3% di quella complessiva.

Quelli sotto i 100 mila dollari sono il 91,3% della popolazione adulta mondiale, che possiede solamente il 14,7% della ricchezza (16,7 nel 2013). Di questi, tre su quattro possono contare solamente su 2.326 dollari (1.790 euro).



Secondo la banca elvetica sono 1.611 i miliardari. Di questi, 504 sono americani e 29 italiani.


sabato 18 ottobre 2014

Mercato auto in ripresa sia in Europa che in Italia

Fonte: Anfia

Nei primi nove mesi di quest’anno le immatricolazioni di auto nuove nell’Unione Europea sono aumentate del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2013. Tra i principali paesi, restano in difficoltà l’Olanda (-5,2%) e l’Austria (-4,3). Negativo l’andamento del mercato anche in Belgio (-0,4).  Sono invece in forte espansione le immatricolazioni spagnole (+17,2), polacche (+15,0) e inglesi (+9,1).  Significativa la ripresa del mercato italiano che, con una crescita del 3,6%, risulta più vivace di quello francese (+2,1) e tedesco (+2,9). Molto dinamica risulta la domanda anche negli altri paesi europei, che segnano un incremento di poco inferiore al 16%.


La quota di mercato della Volkswagen supera il 25% (24,8 nei primi nove mesi di dell’anno scorso).

Nonostante le vendite della Renault siano cresciute di quasi il 16%, rimane al terzo posto dietro all’altra casa francese, il gruppo PSA-Citroen, le cui quote di mercato vengono limate dall’11 al 10,9%. Insieme le quote di mercato delle due case d’oltralpe restano ben distanti dal principale gruppo tedesco (20,5%). 

Andamento contrastato anche per i due principali gruppi americani. La Ford incrementa le vendite del 7,3% con una quota di mercato del 7,6%, mentre il gruppo GM, che vede diminuire le vendite del 3,3%, retrocede dall’8,1% al 7,4%.

La Bmw, pur perdendo quote di mercato (dal 6,4 al 6,2%) a causa di una crescita delle immatricolazioni (2,3%) inferiore a quella del mercato europeo, riesce a mantenere la sesta posizione, precedendo la Fiat, che a sua volta scende dal 6,2 al 6%, nonostante un aumento delle vendite (+2,7)  superiore a quello della società tedesca.

Per la casa automobilistica italo-anglo-olandese la debolezza risiede in quello che fino a poco tempo fa era il suo mercato di riferimento: le vendite in Italia restano al palo (-0,4) nonostante un aumento delle immatricolazioni a livello nazionale (+3,6%).  La quota di mercato viene pertanto decurtata dal 29 al 27,8%. Nel resto d’Europa, grazie ad una crescita in linea con il mercato, mantiene la quota del 3%.

venerdì 17 ottobre 2014

Bilancia dei pagamenti ad agosto (grafici)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Partite Correnti e Movimenti finanziari




Capitali Italiani
Nota: da questo mese la Banca d'Italia ha adottato il nuovo sistema internazionale previsto dal FMI in base al quale, in sostanza, viene evidenziata la variazione delle attività o delle passività invece del flusso valutario. Ad esempio, gli investimenti di portafoglio sulle borse estere da parte dei residenti era registrato come un deflusso. Ora, con il nuovo criterio di registrazione, viene evidenziato l'incremento delle attività (sull'estero) da parte dell'Italia. Il grafico si adegua alle modifiche intervenute.



Investimenti esteri di portafoglio



Investimenti diretti esteri in Italia



Riserve Ufficiali 

mercoledì 15 ottobre 2014

Italia cavia degli esperimenti neo-liberisti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sembra che per mettere i conti a posto le abbiano provate tutte. 

Sotto il governo Berlusconi le entrate fiscali aumentavano in termini reali e la spesa pubblica veniva tagliata. Con Monti, si passa alla scure fiscale, mentre la spesa pubblica resta più o meno invariata. Con Letta si riducono sia le entrate che la spesa pubblica. In questi primi mesi del governo Renzi sembra che si voglia limitare i danni, lasciando più o meno invariate in termini reali tanto le entrate quanto le uscite del settore pubblico.


Ma quale che sia la combinazione adottata, le politiche di austerity non hanno impedito che il debito pubblico aumentasse, con i nuovi criteri di calcolo del pil, da meno del 100% del 2007 al 131,6% previsto per quest'anno. Ma ciò che è peggio hanno contribuito ad abbattere il pil dell'8,6%.

Sembra che non comprendano che le politiche di austerità aggravino la crisi e impediscano ai conti pubblici di trovare quella presunta evoluzione virtuosa in grado di contenere il debito pubblico.


Sono talmente imbevuti delle ideologie liberiste che non riescono a concepire come il moltiplicatore della spesa pubblica possa essere sopra l'unità e che - qualora si decidano a tagliare le tasse - l'effetto sulla domanda possa essere inferiore all'unità.

Sono talmente convinti delle capacità taumaturgiche del mercato che, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, hanno in teoria reso illegale le politiche keynesiane.

In tal modo l'Italia si è aggiunta alla lista dei paesi che hanno fatto (e fanno tuttora) da cavia per avvalorare le tesi neo-liberiste, tanto in voga  a Bruxelles e a Francoforte. Il risultato è stato un aumento della disoccupazione e della precarietà e la perdita di quasi il 25% della produzione industriale.


Con i nuovi criteri del pil, il debito pubblico ad agosto è al 132,4%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia e Istat

Ad agosto il debito pubblico  è diminuito rispetto al mese precedente di oltre 20 miliardi, a 2.148 miliardi, pari al 132,4% del pil (misurato con i nuovi criteri statistici). Rispetto ad un anno fa è aumentato di quasi 87 miliardi. 

Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a 2.088 miliardi (78 in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 44,3 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui quasi 78 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi) segna pertanto un avanzo di 33,5 miliardi, ovvero il 2,1% del pil.

I restanti 33,6 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora ad un passo dai 107 miliardi, pari al 6,6% del pil. In particolare, a  fine agosto la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 82,4 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 24,4 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire quasi 29 mesi di “fabbisogno interno”.

Il debito a luglio era per oltre un terzo in mani estere, per il 54% nei portafogli del settore finanziario  nazionale e meno del 12% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali a settembre è stato del 2,4%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 148 punti base.

martedì 14 ottobre 2014

Dal 2010 forte aumento delle famiglie in difficoltà

L'audizione del presidente dell'Istat in merito al DEF è corredata da un ricco allegato statistico.

Ciò permette di aggiornare, ad esempio, la documentazione relativa al disagio delle famiglie al 2013.

Dal grafico che segue emerge un forte  aumento delle famiglie in difficoltà, soprattutto a partire dal 2010.


Le persone che hanno dichiarati di essere in difficoltà ad acquistare gli alimenti sono più  che raddoppiate tra il 2006 (4,2%) e il 2013 (9%).

Quelle che hanno dovuto rinunciare ad un pasto proteico almeno ogni due giorni sono passate dal 6,2% del 2009 al 14,3%.

Più del 19% non può permettersi di riscaldare adeguatamente l'abitazione (era poco più del 10% nel 2007).

Le famiglie che non erano in grado di affrontare una spesa imprevista sono passate dal 28% del 2006 ad oltre il 40%.

Infine, smentendo un luogo comune che sostiene che gli italiani non rinunciano alle vacanze, nel 2013 una famiglia su due non ha potuto permettersi nemmeno una settimana di ferie.

*   *   *   *   *

Dato che ci siamo, riprendo anche il grafico aggiornato al 2013  relativo alla quota percentuale dei lavoratori a tempo determinato in Italia e nella UE.

Si noterà che il nostro paese è perfettamente allineato alle condizioni del mercato del lavoro europeo e che circa il 50% dei giovani (15-24 anni) è costretto ad accettare un contratto a termine, contro il 40% nel resto d'Europa.

cliccare sul grafico per ingrandire

La tesi che il nostro mercato del lavoro non sia sufficientemente flessibile è quindi un luogo comune privo di fondamento.

Produzione Industriale, Crollo della Germania ad Agosto

Fonte: Eurostat, FED, OCSE

Ad agosto la produzione industriale nella zona euro è scesa rispetto al mese precedente dell'1,8% in termini destagionalizzati, a causa soprattutto della pesante caduta tedesca (-4,3). Sostanzialmente invariate sono rimaste le attività produttive in Italia (+0,3), in Spagna (+0,1) e in Francia (-0,1). 



In termini annui, il calo della produzione industriale tedesca è del 3,1%. Egualmente negativi sono i contributi francesi (-0,3) e italiani (-0,2). Solo la Spagna, tra i maggiori paesi dell'area euro, cresce negli ultimi dodici mesi di mezzo punto percentuale.  

Nel complesso la zona euro accusa una caduta rispetto all'agosto di un anno fa dello 0,8%. In Giappone la flessione arriva all'1,6%, mentre  la produzione industriale cresce nel Regno Unito (+2,5) e negli Usa(+4,1).


Con il calo di agosto la Germania è ritornata sotto i livelli pre-crisi (del 2,6%). Molto più pesanti sono le perdite in Francia (-14%) e in Italia (23,5%). La Spagna, nonostante la ripresa di degli ultimi mesi, ha visto svanire più del 28% della produzione che riusciva a realizzare nel 2007. 

L'area dell'euro nel suo complesso accusa una caduta rispetto ai livelli pre-crisi superiore al 10%. Un gap enorme con gli Stati Uniti, che nel frattempo sono cresciuti oltre i massimi  di sette anni fa del 4,1%. 

domenica 12 ottobre 2014

Profit Tax 2013

La Banca Mondiale ha pubblicato il nuovo WDI 2014. E' lo studio di riferimento per chi vuole far credere che la pressione fiscale sulle imprese in Italia sia al 68%.

Beh ... nel 2013 sarebbe scesa al 65,8%.

Strilleranno che è sempre troppo alta.

Tuttavia conviene ricordare che tale valore include i contributi sociali, che non sono propriamente un'imposta sui profitti. Gli oneri sociali sono una quota del costo del lavoro e come tali non possono essere inclusi propriamente tra le imposte sugli utili aziendali. Escludendoli dal computo, la tassazione sulle imprese scende al 22,4%. Più bassa di quella del Regno Unito e della Germania.


sabato 11 ottobre 2014

Svalutazione e Costo del Lavoro

Paul Krugman nel post intitolato Europanic 2.0 risponde, tra l'altro, ad un articolo pubblicato dal Financial Times in cui si sostiene che nella zona euro  "i salari e gli altri costi del lavoro sono troppo alti, anche per gli standard dei paesi ricchi, per non parlare dei mercati emergenti" sostenendo che, se questo è il problema, ovvero un problema di competitività, allora è meglio svalutare l'euro piuttosto che tagliare i salari. Infatti, per l'economista americano ridurre i redditi dei lavoratori quando il sistema economico è caduto in una trappola della liquidità non farebbe altro che accentuare la crisi.

Tuttavia sarebbe utile ricordare all'articolista del FT che appare alquanto curioso lamentarsi della competitività della zona euro quando a luglio il surplus annuo delle partite correnti era di 233 miliardi di euro.

Molto più banalmente si vuole che la quota dei redditi da lavoro sia ridotta. 

La lotta di classe esiste. Solo che in questa fase storica la fanno i capitalisti, con tutti i mezzi a disposizione, sia con la propaganda che con i provvedimenti delle istituzioni politiche e monetarie.