venerdì 27 febbraio 2015

La liquidità è ferma sui conti correnti (tranne che in Grecia)

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Il 2015 si apre con i prestiti al settore privato non bancario della zona euro sostanzialmente invariati rispetto al gennaio del 2014 (+0,1%). Ma se si osserva più attentamente, risultano ancora in calo i prestiti per le società non finanziarie (SnF)  e per le famiglie, dell'1,2 e dello 0,2% rispettivamente. La crescita dei prestiti che controbilancia i cali dei due settori appena citati avviene per gli altri intermediari finanziari e le compagnie assicurative (+19,4 per quest'ultime).


In Germania i prestiti aumentano dell'1,5% e scendono dello 0,6 in Italia, ove  si raggiungono tagli dell'ordine del 3% per le SnF e dell'1 per le famiglie. Anche in Italia sono gli intermediari finanziari diversi dalle banche a beneficiare dell'aumento del credito (+9,5%).


Nonostante il calo dei prestiti, i depositi del settore privato della zona euro crescono del 2%, trainati dai depositi a vista, che aumentano di quasi il 10%. In Italia i conti correnti aumentano di oltre l'11% e in Germania di oltre l'8%.


Nel complesso la M1, che comprende il circolante oltre ai depositi a vista, aumenta a gennaio del 9%. Ciò nonostante i prezzi al consumo segnano una flessione dello 0,6%.


Fuga dai depositi in Grecia
In gennaio è proseguito il deflusso dai depositi iniziato nell'ultimo mese del 2014. Il sistema bancario ellenico ha visto  i prelievi balzare da 5,5 a 18,7 miliardi. Le famiglie hanno ritirato poco meno di 9 miliardi (-1,8 a dicembre), mentre le imprese hanno ridotto le disponibilità liquide  sui conti bancari di oltre 4 miliardi, dopo i 2,8 ritirati a dicembre. Notevole è stato anche il rientro dei fondi da parte degli operatori dell'area euro (sostanzialmente banche), che ha sfiorato i 6 miliardi.


Il calo dei depositi, pari all'11,3% rispetto al gennaio 2014, riporta i conti bancari nella situazione di cinque anni fa, quando ebbe origine la crisi greca.


giovedì 26 febbraio 2015

Molto circenses, poco panem

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2)


Il 2014 si chiude con le vendite al dettaglio depurate della stagionalità in calo dello 0,9% rispetto al dicembre 2013. Poiché nello stesso periodo i prezzi dei beni di consumo sono diminuiti in media dello 0,8% le vendite reali scendono solamente dello 0,1%. Può sembrare poca cosa, ma rispetto al 2010 il calo è superiore al 12% in termini reali.

Un po’ meglio è andata ai beni alimentari, scesi rispetto a quattro anni fa solo del 9% (e non certo per ragioni salutistiche). Rispetto ad un anno fa il calo è di poco inferiore al mezzo punto percentuale in termini reali.


Nonostante l’andamento reale delle vendite al dettaglio sia stato sostanzialmente piatto nel corso dell’anno appena concluso, secondo le rilevazioni Istat il clima di fiducia dei consumatori sarebbe cresciuto a febbraio del 13,9% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, quando il governo Renzi subentrava a quello Letta.


Direi che l’unico merito del nuovo presidente del consiglio, se così si può dire, è di tenere “su di morale” gli italiani.  Panem et Circenses. Il secondo lo vediamo ogni sera, molto meno il primo. 

venerdì 20 febbraio 2015

Spesa pubblica in rapporto al pil o spesa pro capite? Entrambi

L’altro giorno ho pubblicato su twitter il seguente grafico dell’Istat che riportava la spesa pubblica per abitante e sono stato ripreso perché, secondo questi critici, sarebbe stato più significativo il raffronto con il pil, in quanto – questa è la tesi – si spenderà di più se si avrà un pil più alto.


Per i liberisti, ove il raffronto con il numero degli abitanti farebbe emergere che in Italia l’intervento pubblico non è poi così elevato (siamo leggermente sopra la media europea e ben al di sotto del Regno Unito, della Germania, dell’Olanda, dell’Austria, della Finlandia e del Lussemburgo, tutti paesi che non perdono occasione per darci lezioni sui conti pubblici), l’unico raffronto utile è quello che consente di dire con orrore e disgusto che oltre la metà dell’economia passa attraverso il settore pubblico.

Non ho nessuna preclusione ad usare il rapporto della spesa pubblica con il pil, ma bisogna sapere che cosa significa e che cosa implica.

Guardando il grafico qui sotto troviamo il rapporto della spesa pubblica sia con il pil (asse delle ordinate) che con il numero degli abitanti (asse dell’ascissa) e la suddivisione del grafico in quattro quadranti in base ai valori dell’Unione Europea.




La spesa pubblica rispetto al pil dell’Italia (50,5%) è in linea con il Portogallo (50,1) e l’Austria (50,9).

Ma gli stessi paesi spendono, in rapporto alla popolazione, in maniera molto diversa: il Portogallo poco più di 8000 euro annui, l’Italia circa 13.500 e l’Austria oltre 19 mila euro.

A parità di impatto sul pil, uno direbbe che chi più spende per ogni suo cittadino, meno è efficiente. Si deve allora concludere che dei tre il Portogallo ha una spesa pubblica più efficiente dell’Austria? A me qualche dubbio viene.

Vediamo allora quest'altro grafico


Come scrivevo nel post di un anno fa, commentando i dati del 2012, il grafico non mette solo a raffronto la spesa per abitante con il pil per abitante (al contrario di quanto non fanno i liberisti che si arrogano il diritto di dire all’Istat che il grafico non è significativo), ma ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica pro capite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. L’Austria si trova un po' più sopra e il Portogallo un po' più sotto la linea blu. Seppur in maniera non eclatante, e tenendo conto delle condizioni generali del paese, si può dire che la spessa pubblica austriaca è leggermente più efficiente di quella italiana, a sua volta leggermente migliore di quella portoghese.

Una riprova si ha ad esempio con il confronto tra Spagna e Grecia ove emerge chiaramente che a parità di spesa pro capite (entrambe prossime ai 10 mila euro), la Spagna consegue un pil pro capite nettamente superiore.  O, per fare contenti i liberisti, che a parità di spesa pro capite la Grecia deve spendere quasi il 60% del pil contro il 44 della Spagna. Vi è solo un’altra possibile spiegazione: che il pil della Spagna è più grande di quello della Grecia. E in effetti lo è perché è maggiore la produttività spagnola (in termini di pil pro capite) rispetto a quella greca.

Pertanto il rapporto spesa pubblica / pil è un indicatore incompleto se non si tiene conto del livello del pil e della produttività. In altri termini, il 60% della spesa pubblica è più alto rispetto al 44 non perché si spende di più (in termini pro capite in Grecia e Spagna sono praticamente uguali), ma perché il pil (e la produttività) della Grecia è inferiore a quella della Spagna.

Ma non è nemmeno una questione di dimensioni del paese o della sua popolazione. La Francia ha una spesa pro capite leggermente superiore all’Olanda . Ma la sua spesa pubblica è meno efficiente di quella olandese, poiché la prima si trova al di sotto e la seconda al di sopra della retta di regressione. L’Olanda, spendendo più o meno quanto la Francia per ogni suo cittadino, ottiene un pil per abitante significativamente superiore.

Quindi un elevato rapporto spesa pubblica / pil potrebbe voler dire che non è la spesa ad esser alta, ma che  il pil ad essere basso e che l’economia è in difficoltà a generare un adeguato volume di redditi.

Si noti anche che ove è maggiore la spesa per abitante, maggiore è il pil pro capite (vi è una correlazione superiore al 94%).

E che vi sia una direzione di correlazione che va dalla spesa pubblica al pil mi pare difficilmente contestabile. In Grecia la spesa pubblica si è ridotta del 25% tra il 2007 e il 2014 non perché il pil è sceso del 23, ma perché è stata tagliata alla troika.

Peccato che per aumentare i redditi (e la produttività) la spesa pubblica andrebbe aumentata. Ma noi siamo in mano ai liberisti, che scambiano il 50% di spesa pubblica come il frutto di un regime statalista totalitario, e non come un problema di efficienza del settore privato, incapace di generare un adeguato livello di reddito.

venerdì 13 febbraio 2015

Debito Pubblico a fine 2014 al 131,9%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il 2014 si chiude con un debito pubblico inferiore a 2.135 miliardi (131,9% del pil contro il 127,8 del 2013), in aumento rispetto ad un anno prima di 66,2 miliardi.


Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a meno di  2.075 miliardi (61,6 in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 52 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno”, di cui 76,4 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 24,5 miliardi, ovvero l’1,5% del pil.

I restanti 9,7 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora pari a 72 miliardi, equivalenti al 4,4% del pil. In particolare, a  fine dicembre la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 46,3 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 25,7 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire poco meno di 18 mesi di “fabbisogno interno”.


Quasi il 34% del debito a novembre 2014 era in mani estere, il 51 nei portafogli del settore finanziario nazionale e il 10,4% presso altri residenti (imprese e famiglie). La Banca d’Italia, che a partire da marzo sarà chiamata ad acquistare titoli pubblici attuando le direttive della BCE in tema di politica monetaria, alla stessa data deteneva 106 miliardi di debito pubblico, pari al 5% di quello complessivo.

Il rendimento medio dei titoli decennali a gennaio è stato dell’1,7%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di poco superiore a 130 punti base.

giovedì 12 febbraio 2015

Oro, si amplia l'eccesso di offerta

Nel 2014, la domanda mondiale di oro, secondo il World Gold Council, è crollata del 17,8% rispetto all’anno precedente.

L’offerta mineraria non ha minimamente tenuto conto del calo della domanda ed ha ampliato la produzione del 4,8%. Ad adeguarsi, almeno parzialmente, è stata l’offerta di oro riciclato, sceso dell’11,1% per il calo dei prezzi (-10% in media annua espressi in dollari). Sono proseguite anche le vendite degli ETF, per 160 t. dopo che da acquirenti nel 2013 sono diventati venditori netti.

Nel complesso, l’offerta di oro nel 2014 è scesa del 13,9%, determinando un’eccedenza rispetto alla domanda dell’8,7%.


Nel 2014 gli investimenti finanziari in oro sono crollati non solo per gli ETF, ma anche per i lingotti e le monete,  che segnano un regresso di poco inferiore al 40%. La loro quota sul totale della domanda di oro scende dal 35,5 al 26%.



Il calo della domanda di monete e lingotti per quanto diffuso ha superato il 50% in Cina e in India. Le loro quote complessivamente scendono dal
42,2 a meno del 35% della domanda complessiva per questo segmento.

Le Banche centrali sono le sole che hanno continuato a sostenere la domanda, accrescendo le riserve auree di 477 tonnellate, dopo averle aumentate di 409 nel 2013.  Il loro contributo alla domanda mondiale vale l’11,7%. Nel 2014, i paesi più attivi sono stati la Russia (173 t.), il Kazakhstan (oltre 48 t.) e l’Iraq (47,6 t). L’Ucraina, coinvolta in una grave guerra civile, ha monetizzato 18,7 t. di oro (al prezzo medio di 1254 $/oz, il governo di Kiev ha la disponibilità di circa 750 milioni  di dollari)

Nel complesso, gli acquisti di oro con finalità finanziarie sono scesi del 29,2%, innanzi ad una offerta in calo di quasi il 20% al netto dei consumi di gioielleria, industria e odontoiatria.

Anche l’oro per impieghi non finanziari è diminuito, quasi del 9%, trainato giù sia dal settore della gioielleria (-9,4), sia dalla domanda per uso  industriale  e odontoiatrico (-4,2%).


La gioielleria rappresenta oltre la metà degli acquisti di oro (52,7%). L’Italia ha ridotto gli acquisti di circa il 7%  e ciò nonostante ha incrementato la quota di mercato dall’1 all’1,3% del settore. L’India supera la Cina e diventa il principale mercato mondiale con una quota vicina al 31% (ed insieme costituiscono quasi il 60% della domanda mondiale di oro per gioielleria, nonostante un calo del 16,6%). In contro tendenza vanno gli Stati Uniti, la cui domanda sale dell’8,5%. Ma la crescita maggiore avviene al di fuori dei primi dieci paesi o aree considerate nella tabella (+22,8)

Prezzo dell'oro
In un orizzonte decennale,  il rendimento medio annuo dell’oro a fine 2014  è stato del 10,7%, contro il 5,4% dell’indice azionario S&P500, l’invarianza (se non la perdita) dei prezzi delle case così come calcolato dall’indice S&P/Case-Shiller e il 4,3% dei titoli decennali americani, se fossero stati acquistati nel dicembre 2004 e portati a scadenza.


Imprese High Tech 2010-2012, calano di numero ma sono più produttive

Eurostat aggiorna i dati delle imprese High Tech al 2012. Rispetto a due anni prima le imprese manifatturiere più avanzate tecnologicamente sono diminuite del 5,5%. Tra i maggiori paesi, il calo maggiore è avvenuto in Italia, ove sono state letteralmente decimate (-10,4%). Sembrerebbe tuttavia che siano sopravvissute quelle più robuste, dato che il fatturato medio passa da 7,3 a 7,9 milioni di euro (+7,9%).


Le imprese manifatturiere High Tech sono diminuite anche in Germania (-8,1%) e in Francia (-5,2). Ed anche in questo caso, il fatturato medio aumenta rispettivamente del 13,4 e del 3,7%.


Al di fuori della zona euro, notevole è il progresso del fatturato medio delle imprese svizzere (+33,2%), che superano per dimensione quelle finlandesi, titolari del podio più alto nel 2010.

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Produzione Industriale 2014: fuori dalla recessione? solo gli USA

Fonte: Eurostat, FED, Ocse


A dicembre 2014, gli Stati Uniti sono l'unico paese che può vantare una crescita consistente della produzione industriale rispetto a dodici mesi prima (+4,9%). Modesti o insignificanti sono gli incrementi registrati dal Regno Unito (+0,5), dalla Germania (+0,2) e dalla Francia (invariata). Modeste, ma in negativo, sono le variazioni  dell'Italia (-0,2) e della Spagna (-0,7). In Giappone, nonostante la buona intonazione del mese di dicembre, la produzione rimane dell'1% inferiore rispetto ad un anno prima.


In media, il 2014 si chiude con una aumento piuttosto generalizzato della produzione industriale, ad eccezione della Francia e dell'Italia, che nel confronto con il 2013 si contraggono rispettivamente dell'1, e dello 0,7%. In media annua crescono invece Spagna (+1,2), Germania (+1,3), Regno Unito (+1,4), Giappone (+2,1) e Stati Uniti (+4,3). 

Ad eccezione degli Stati Uniti (la cui produzione industriale è il 6,5% più elevata rispetto ai livelli pre-crisi) e della Germania (+1,1 sui livelli del 2007), tutti gli altri paesi subiscono ancora gli effetti della recessione:  il Regno Unito perde quasi l'11%, il Giappone e la Francia oltre il 13; per l'Italia il calo della produzione è di poco inferiore al 24%, mentre la Spagna, nonostante il rimbalzo dell'ultimo anno, ha visto svanire  il 29% della produzione che riusciva a realizzare nel 2007. 

martedì 10 febbraio 2015

E' la Germania il paese più indebitato d'Europa

Per quanto incompleti e non omogenei (nel tempo e nel perimetro) abbiamo finalmente i primi dati ufficiali sulle passività escluse dal computo del debito pubblico, ma che potrebbero rientrarvi se si considerasse – oltre agli enti pubblici – anche le imprese pubbliche o sotto il controllo pubblico.

Nel 2013 avevamo il rapporto debito / pil rappresentato in questo grafico:




L’Italia aveva il 127,9% ed era preceduta, tra i maggiori paesi europei, dal Portogallo (128%) e dalla Grecia (174,9).

Tra i paesi “virtuosi” la Germania aveva il 76,9%, l’Olanda il 68,6 e la Finlandia il 56%.

In base ai dati Eurostat diffusi oggi, si deve tener conto di questi altri debiti, non considerati nel rapporto debito / pil  che abbiamo appena visto:


Si scopre così che la Germania è il paese con le maggiori passività “fuori bilancio”: ben il 126,3%; seguita dall’Olanda (107,2) e dall’Irlanda (64,5). L’Italia deve aggiungere al suo debito pubblico ufficiale il 45,5%.

Ed ecco cosa succede se si tiene conto di entrambi i tipi di debito:


Il paese con il maggior debito allargato in rapporto al pil è la Germania, con oltre il 200%; segue l’Irlanda con quasi il 188%. L’Italia scende dal terzo posto, se si considera solo il debito ufficiale, al sesto (173,4%) ed è preceduta dall’Olanda (176%), che è considerata tra i paesi virtuosi.

Se c'è una morale in tutto questo, potete trovarla per conto vostro.

lunedì 9 febbraio 2015

Banche, prestiti e raccolta in calo nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il 2014 si chiude con i prestiti al settore privato in calo dell’1,4% rispetto a dodici mesi prima. Il calo maggiore è avvenuto per il settore produttivo non finanziario (-1,6%, che fa seguito al -4,5 del 2013); più contenuto il calo tra le famiglie (-0,6% dopo il -1 di un anno prima e un altro -1% nel 2012).


La concessione dei prestiti permane restrittiva in seguito al  forte aumento delle sofferenze sui crediti, ormai superiore ai 183 miliardi, in aumento rispetto ad un anno prima del 17,8% che si cumula al +24,7% del 2013.

Le difficoltà finanziarie riguardano in egual misura tanto le imprese strutturate (SnF) quanto le ditte individuali o familiari e sono superiori al 16% dei prestiti in essere.  Per le famiglie, il valore dei crediti deteriorati è di poco inferiore al 7%.


Rispetto ai settori produttivi,  le sofferenze rappresentano il 25% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni. Peraltro, questo settore è esposto per il 206,5% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (96%) e i crediti dubbi sono il 14,7%.

Nei servizi non finanziari del settore privato i crediti in sofferenza sono il 14,3% e l'esposizione equivale al 59%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il 136% del valore della produzione annua e i crediti in difficoltà sono il 12,6%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture già effettuate equivale al 19,3% del patrimonio netto del sistema bancario, contro il 21,1 del 2013.


Dal lato della raccolta, il rimborso netto delle obbligazione bancarie per più di 65 miliardi nel corso degli ultimi dodici mesi ha contribuito ad incrementare i depositi delle famiglie per 29 miliardi e quelli delle imprese per quasi 30. Ma gli investitori dell’area euro hanno ridotto i loro depositi di 17,7 miliardi. Il risultato netto, includendo i bond bancari, è un calo della raccolta bancaria tra residenti e area euro di 24,2 miliardi, pari all’1,1%.